
Abstract
Il presente articolo mira a tracciare una cornice logica per la contestualizzazione di 3 concetti che, dopo esser stati molto dibattuti a livello scientifico, stanno sempre più penetrando nell’arena del policy making e delle scelte di investimento.
I 3 concetti in questione sono: innovazione sociale, finanza ad impatto e tecnologie blockchain.
Le motivazioni alla base della scelta di scrivere su questo tema sono molteplici, e nascono innanzitutto dall’esigenza di creare framework convergenti fra le spinte al ripensamento dei processi di generazione del valore (business models, modelli di sviluppo) e processi di distribuzione inclusiva e abilitante di risorse e opportunità finalizzate a ridurre il livello di disuguaglianza sociale senza incorrere in approcci assistenziali.
I passaggi attraverso cui proverò a rappresentare l’integrazione dei 3 concetti saranno i seguenti:
- Analisi dei significati di fondo dei 3 concetti;
- Integrazione incrementale fra innovazione sociale e finanza ad impatto;
- Illustrazione degli scenari potenzialmente attivabili da questa integrazione grazie all’utilizzo della filosofia retrostante le tecnologie
- blockchain.
Introduzione
Questo breve articolo è ispirato e dedicato al filosofo Bernard Stiegler, venuto a mancare poche settimane fa. Il suo pensiero risulterà decisivo per comprendere l’essenza della tecnologia nella sua accezione più propria: il tecno-logos, ovvero la relazione intrinseca fra lo sviluppo della tecnica come precondizione identitaria alla comprensione dello sviluppo dell’uomo e del suo linguaggio.
Le ricerche che ha condotto hanno lasciato intravedere un futuro del tutto aperto e segnato in modo decisivo dalla direzione che saremo in grado di dare allo sviluppo tecnologico, inteso come pharmakòn che potrà assumere la funzione di veleno o di cura.
Ciò che sta nel mezzo e che determinerà l’una o l’altra direzione è, in ultima analisi, la riconquista della Politica, intesa nella sua accezione più pregnante: l’attività di indirizzo e cura del destino comune, di generazione di un campo dell’immaginario in cui le Istituzioni svolgano la funzione fondamentale di arginare la dispersione di energia (entropia) prodotta dall’antropocene.
Stiegler la chiama neghentropia, e, osservando attentamente i contorni di questa analisi, appare preziosa per dare una lettura sistemica a quanto sta avvenendo nel sistema socio-economico.
Ma quello che ci lascia il filosofo, l’eredità che siamo chiamati ad investire nel campo delle emozioni e delle nuove indispensabili pulsioni più che a custodire nel magazzino degli incantamenti malinconici, è lo sguardo nuovo sul mondo e la straordinaria opportunità propria dell’umano di riorganizzare risorse impensabili e non pianificabili per riuscire a “sorprendere la catastrofe”.
L’innovazione sociale
La definizione più accreditata di innovazione sociale recita:
“definiamo innovazioni sociali le nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che soddisfano dei bisogni sociali (in modo più efficace ed efficiente delle alternative esistenti) e che allo stesso tempo creano nuove relazioni e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono buone per la società e che accrescono le possibilità di azione per la società stessa” (Robin Murray, Julie Caulier Grice e Geoff Mulgan, The Open Book of Social Innovation, 2010).
Partendo da questa definizione è possibile desumere 3 elementi caratterizzanti l’innovazione sociale:
- La “novità” delle idee proposte in risposta a bisogni sociali;
- La maggiore efficacia ed efficienza che i processi derivanti da queste idee devono contribuire a raggiungere;
- La creazione di nuove relazioni e collaborazioni sociali.
Mi soffermerei sul terzo elemento, ritenendo facilmente intuibile il senso dei primi due. La creazione di nuove relazioni sociali non è da intendersi come una mera prassi da stakeholder management, bensì come il principale requisito con un potenziale trasformativo.
Il vero obiettivo è che le nuove relazioni sociali che si generano dai processi di innovazione sociale abbiano la capacità di emancipare i destinatari di un servizio/progetto dal bisogno sociale che ne ha giustificato la nascita, rompendo gradualmente il vincolo di dipendenza e alterando la separazione meccanica fra produzione e consumo.
Ecco, dunque, il cuore dell’innovazione sociale: abilitare i portatori di bisogni sociali a passare da percettori passivi di servizi a protagonisti delle soluzioni innovative.
Qui si inserisce un punto di contatto molto importante fra l’innovazione sociale e la finanza ad impatto sociale.
La finanza ad impatto
La finanza ad impatto è un paradigma finanziario che tende a legare le scelte di investimento non più solo alle aspettative di ritorno finanziario ma alle aspettative di valore generabile, inteso secondo la triplice accezione (economico, sociale ed ambientale) e misurabile in base agli impatti che gli investimenti stessi sono in grado di produrre.
Allo stesso tempo, l’impatto è la metrica con cui è possibile misurare il successo delle iniziative di innovazione sociale in termini di capacità di risoluzione nel medio-lungo periodo del bisogno sociale e di abilitazione dei destinatari all’emancipazione dalla condizione di bisogno.
Questo punto di contatto, dunque, fa della finanza d’impatto un elemento strumentale all’innovazione sociale: laddove le iniziative di innovazione sociale abbiano successo, e tale successo sia dimostrabile attraverso la misurazione e valutazione d’impatto, si creerebbero le condizioni per replicarle e scalarle facendole divenire programmi strategici e poi politiche grazie all’apporto di risorse finanziarie che uscirebbero dalla dicotomia “fondo perduto vs capitali di rischio” e diverrebbero ancorate al cambiamento positivo effettivamente generato.
Il secondo collegamento è intrinseco, attiene all’architettura stessa degli schemi di finanza d’impatto.
Osservandoli attentamente, notiamo che sono il frutto di una serie di interazioni (figura 1).
Figura 1 – uno schema di finanza d’impatto

- La prima interazione è fra un Commissioner (pubblico o privato) e una organizzazione che intermedia fra il Commisioner stesso e gli Investitori.
Tale interazione si fonda su un outcome contract, ovvero un contratto che delinea le forme di accordo rispetto agli obiettivi di outcome da raggiungere e lega a questi i pagamenti (in tutto o in parte).
Tale interazione, per essere efficace, tende ad assumere le forme della co-programmazione, ovvero della individuazione collaborativa degli obiettivi da raggiungere, anche in base all’ascolto e alla raccolta di idee provenienti da chi ha maggiore prossimità rispetto a chi vive la condizione di bisogno a cui il progetto/programma è rivolto.
- La seconda interazione è fra questo intermediario e il service provider (una o più organizzazioni che producono la soluzione innovativa), con l’obiettivo di ingaggiare i soggetti in grado di abbinare capacità innovativa ed efficienza.
Anche questa interazione richiede un elevato tasso di collaborazione, assumendo le forme della co-progettazione, ovvero della scelta degli obiettivi specifici da raggiungere con la selezione delle modalità migliori per avere il rapporto più efficiente fra efficacia e rischio.
- La terza interazione è fra il service provider e i destinatari del servizio (qui definito come target population): anche in base a quanto descritto in precedenza, appare evidente che questa interazione è molto rilevante per ottenere una sinergia di fatto fra innovazione sociale e finanza d’impatto.
Tanto più il service provider sarà in grado di coinvolgere i destinatari nell’ideazione, creazione, erogazione e gestione della soluzione innovativa (in altre parole, tato più sarà in grado di mettere in campo un processo di co-produzione) tanto più lo schema di finanza d’impatto favorirà lo sviluppo dell’innovazione sociale.
- La quarta interazione avviene fra il soggetto (terzo ed indipendente) individuato per valutare l’impatto del progetto/programma e il commissioner.
In questo caso siamo difronte all’opportunità di realizzare un processo di co-valutazione, per ridurre i gap informativi fra i diversi attori e rendere la valutazione sempre più un momento di accrescimento della fiducia e sempre meno un giudizio o una graduatoria.
- La quinta interazione torna ad interessare gli stessi attori della prima interazione e attiene alle conseguenze finanziarie determinate dalle evidenze di impatto emerse in fase di valutazione.
In questa fase il commissioner, preso atto dell’impatto generato e dimostrato, lega i suoi trasferimenti di risorse al livello di impatto raggiunto rispetto agli obiettivi prefissati e determina la realizzazione di un co-investimento.
Quando nelle 5 interazioni descritte sono presenti i caratteri collaborativi (co-programmazione, co-progettazione, co-produzione, co-valutazione e co-investimento) siamo di fronte ad un processo compiuto di co-creazione di valore fra diversi stakeholder che mettono insieme conoscenze, competenze, esperienze e risorse per rispondere ad un bisogno sociale.
La compresenza di attori pubblici e privati tiene in tensione l’equilibrio indispensabile fra efficacia (capacità di risoluzione del bisogno) ed efficienza (riuscirci con la soluzione meno dispendiosa) e crea convergenza verso la generazione di valore da parte di soggetti con funzioni obiettivo ben distinte ma saldate dall’anello congiuntivo dell’impatto.
Andando più a fondo scopriamo qualcosa di ancora più interessante, a partire dall’osservazione della figura 2.
Le due curve (in arancione e in verde) rappresentano la distribuzione sociale, distinguendo le aree centrali (in bianco) dalle code (colorate, in verde ed arancione).
Nelle aree centrali rientrano gli inclusi, ovvero coloro che hanno un ruolo attivo nei processi economici e democratici (perché hanno reddito e esprimono le loro idee/preferenze attraverso il voto o altri processi di partecipazione democratica), nelle code rientrano gli esclusi, ovvero coloro che non hanno un ruolo attivo nella vita economica e democratica di un determinato paese o contesto.
I due colori indicano ciò che è avvenuto in seguito alla crisi economica globale del 2007: quote sempre maggiori di popolazione sono passate dall’essere dentro al ritrovarsi fuori, con una forte incidenza sulle nuove generazioni (cfr il tasso di disoccupazione giovanile) e sui territori più svantaggiati (cfr le mappe di disuguaglianza territoriale).
Su queste basi uno dei movimenti internazionali più conosciuti a livello globale, Occupy Wall Street, affermava “we are 99%”, enfatizzando la rappresentanza degli esclusi dall’economia finanziaria. Allo stesso modo, con metodo sicuramente più scientifico, alcuni ricercatori parlano di “rising invisible majority”, descrivendo in modo molto dettagliato il fenomeno qui esposto.
Figura 2 – rappresentazione della maggioranza invisibile

Osservando l’innovazione sociale e la finanza d’impatto da questo punto di vista, potremmo dire che la prima ha l’obiettivo di riportare dentro i processi economici e democratici le quote di cittadini esclusi.
Si pensi, per fare un esempio, all’espressione “innovare per includere” utilizzata dal Comune di Milano per descrivere l’approccio alle politiche cittadine di innovazione sociale o a tante altre esperienze di rigenerazione urbana e sociale che si sono sviluppate in modo disomogeneo in diversi territori.
La seconda, ovvero la finanza d’impatto, ha l’obiettivo di catalizzare le risorse degli inclusi a favore di quei progetti/programmi di innovazione sociale in grado di fare inclusione attiva.
Ecco, dunque, il collegamento di cui parlavamo: innovazione sociale e finanza d’impatto come alleate per ridurre le disuguaglianze sociali e territoriali in una chiave di inclusione generativa e trasformativa e non più assistenziale.
E di fatto le risorse raccolte e investite attraverso gli schemi di finanza di impatto provengono da due fonti:
- dai risparmi che gli inclusi possono impiegare in titoli finanziari (da qui la crescita dei titoli etici, dei social bond, degli impact bond e così via) raccolti da operatori finanziari evoluti che mettono l’impatto all’interno della loro mission (su tutti BlackRock con la sua impact strategy, e, a seguire, i vari fondi impact che stanno nascendo in tutto il mondo);
- dalle tasse, pagate da chi ha possibilità di reddito (quindi dagli inclusi) e gestite dal Governo nelle sue varie accezioni.
Quando si realizza un partenariato pubblico-privato su un modello impact finance, dunque, si sta realizzando un trasferimento di risorse dagli inclusi verso gli esclusi creando le condizioni affinché, successivamente, gli inclusi possano crescere e sostenere a loro volta chi è ancora outsider.
Impact-chain: il potenziale sprigionabile dalle tecnologie sociali
Se proviamo a disegnare in orizzontale il processo descritto dalla figura 1, noteremmo una catena.
La figura 3 prova a darne una rappresentazione.

La catena mostra una fitta rete di interazioni, che partono dall’opportunità di investire congiuntamente le risorse disponibili e fornite dalla quota di cittadini inclusi, che, in ultima analisi, sono riconducibili al risparmio privato e alle tasse pagate.
Lo scopo di fondo è quello di innovare in modo radicale gli schemi di investimento in modo che riescano a provocare cambiamenti redistributivi e abilitanti.
In altre parole, le soluzioni alle sfide sociali possono essere trovate stimolando la creatività e l’ingegnosità collettiva, rendendo gli attori sociali non più meri destinatari o intermediari ma protagonisti della creazione di valore.
Nella prospettiva fin qui analizzata, le tecnologie blockchain possono avere un ruolo cruciale, che può essere ricondotto in 3 funzioni principali:
- funzione di ottimizzazione dei processi;
- funzione di relazione fra i processi;
- funzione di creazione di fiducia.
Innanzitutto, i singoli processi necessitano di considerevoli ottimizzazioni in termini di performance manageriali.
Richiamando la definizione che abbiamo assunto di innovazione sociale, le tecnologie distribuite consentono di tracciare i dati, di aggregarli secondo logiche multicentriche, di chiudere il loop del miglioramento continuo fornendo consapevolezza sui livelli di prestazione e potendo quindi fornire evidenze sulla capacità incrementale di ogni proposta di innovazione.
Il secondo aspetto rilevante attiene alla possibilità di abilitare conoscenze relazionali sia interne agli schemi di finanza d’impatto sia fra diverse sperimentazioni.
Rispetto alle relazioni interne, le tecnologie blockchain assumono un ruolo cruciale nello sbloccare i passaggi condizionati al verificarsi di un dato evento.
- Si pensi, ad esempio, alla valutazione di cashability relativa all’analisi di impatto, dove occorre certificare la capacità di un cambiamento sociale positivo di provocare riduzioni di costo/incremento di ricavi.
In questo tipo di valutazione è particolarmente importante la gestione dei feedback rilasciati dagli outcome payer, ovvero da quegli stakeholder che otterrebbero un beneficio economico dal verificarsi di un outcome.
Le tecnologie distribuite, quindi, sarebbero preziose per gestire la complessità dei flussi di feedback e per rendere l’informazione disponibile universalmente.
- Si pensi, ad esempio, agli investimenti per la rigenerazione delle competenze e del capitale umano, di cui molto di sta dibattendo in vista delle allocazione da fare per il Recovery Fund.
Se l’obiettivo dei progetti su cui si investe è il miglioramento delle competenze e l’inserimento lavorativo, la certificazione dell’avvenuta generazione di outcome positivo richiede il feedback di soggetti in grado di attestare l’accrescimento delle competenze e la creazione di nuovo lavoro.
La gestione del “segnale” e dei feedback che ne certificano la significatività richiede interazioni e validazioni continue, per le quali i metodi di
-based data certification renderebbero più fluida e più sicura la gestione.
- Per quanto riguarda le interazioni esterne, ovvero fra diverse sperimentazioni di modelli di finanza d’impatto, tali tecnologie consentono, proprio rendendo universalmente disponibile (e certificata) l’informazione, di ampliare il set informativo delle singole esperienze e di stabilire reti trans-territoriali fra chi pratica innovazione sociale.
Tale aspetto renderebbe finalmente affrontabili in modo sinergico le disuguaglianze sociali e quelle territoriali, non dovendo più sottostare alle logiche dicotomiche centro-periferia o area urbana-area interna, ma connettendo i territori sulla base di scambi di conoscenze ed esperienze, anche riavvicinando direttrici di sviluppo rese parallele o addirittura alternative da una visione settorialista e dipartimentalista delle possibili direzioni dello sviluppo e della coesione sociale.
- In ultimo, l’adozione di protocolli aperti che sanno tenere insieme la prospettiva del micro-management con quella del governo di processi complessi, la trasparenza circa le caratteristiche qualitative e quantitative che devono assumere gli eventi desiderati per ingenerare una conseguenza, l’accessibilità della conoscenza creata e dei segnali che determinano i comportamenti degli agenti sono elementi indispensabili per creare fiducia verso il cambiamento impact oriented.
In questo le tecnologie blockchain possono assumere un ruolo molto più simbolico che strumentale: la sinergia fra tecnologie e ricerca sociale è, e sarà sempre più, la via per sottrarci a scenari distopici in cui le automazioni, le digitalizzazioni e tutte le altre innovazioni create dall’uomo rischiano di aprire la strada al nichilismo del profitto automatico, accessibile a pochissimi e infelice per tutti.
Se è vero, come ho provato a descrivere, che l’innovazione sociale trarrebbe enormi benefici dall’integrazione con le tecnologie blockchain, è allo stesso tempo da sottolineare un aspetto poco rimarcato, ovvero che è innanzitutto lo sviluppo tecnologico nella sua accezione più ampia ad avere un grande bisogno di ricongiungersi con i bisogni sociali e con le esigenze delle comunità per poter abilitare quello che il filosofo Bernard Stiegler chiama “il reincanto del mondo”.










