“Gradually, then suddenly” gradualmente e poi all’improvviso, espressione particolarmente adatta a descrivere l’avvento della tecnologia blockchain nel nostro sistema di matrice globale.
Questa rivoluzione copernicana, articolata su di un concetto che potremmo definire di affidamento o fiduciarietà tecnologica, rappresenta, senza dubbio alcuno, una delle maggiori scommesse, ed al contempo uno sfolgorante vessillo, di quel trend di digital transformation, oramai in forte diffusione a livello planetario.
Molto, troppo spesso ricondotta alla sola partizione degli asset di criptovaluta, la Blockchain è una tecnologia dalle enormi potenzialità, destinata, come tale, a profondamente incidere, a vario livello, i principali comparti e settori costituenti l’esoscheletro dell’ordinamento nostrano, tra cui spicca, senza dubbio, l’ambito del mondo del lavoro, lato senso considerato.
E sì, perché l’utilità endogena di siffatto sistema crittografico per blocchi e catene informative, ordinate cronologicamente ed immodificabili se non a rischio di invalidare l’intera struttura, si palesa in maniera cristallina e dirompente, ad esempio, proprio nel settore del recruiting e della gestione delle politiche attive del lavoro, grazie all’impiego della trustless technology nel match making domanda/offerta di lavoro (S. Ciucciovino – M. Faioli, Blockchain e politiche del lavoro, in Quaderni CNEL, 2018, 1).
La possibilità di veicolare digitalmente valori, dati e informazioni, in massima trasparenza e sicurezza, invero, consente l’agevole superamento del sistema di intervento di soggetti terzi certificatori, garantendo non solo l’ottimizzazione del complesso processo di verifica dei dati concernenti istruzione, esperienze lavorative, titoli e capacità, siccome attestati e confermati ab origine dagli strumenti di controllo della catena digitale, ma comportando, al contempo, l’attualizzazione costante dei processi formativi, a beneficio ultimo e diretto della stessa qualità della fase di assunzione e ricerca del personale.
Pensiamo, ad esempio, all’esperienza virtuosa, in termini di utilizzo della tecnologia blockchain, della piattaforma di Gradbase dell’University College di Londra, in cui ad ogni diploma viene assegnato un QR-code hashtag univoco, che consente l’immediata verificabilità del titolo abilitativo e del percorso formativo inserito nel proprio curriculum vitae, sulla propria business card o caricato sul proprio smartphone, da parte di qualunque soggetto munito di scanner digitale.
Si tratta, dunque, di una innovazione disruptive, in grado di apportare un contributo prezioso alla realizzazione di un sistema efficace e celere di politiche del lavoro, permettendo il dialogo tra banche-dati per verificare l’identità, le qualifiche, le credenziali ed il background dei potenziali candidati, facilitando in questo modo l’attività di scouting.
Consentendo, dunque, una immediata e sicura “profilazione” dei soggetti coinvolti nell’ambito del mercato del lavoro, la tecnologia blockchain rappresenta un fattore di innovazione, in grado di efficientare il sistema di gestione delle politiche attive del lavoro, superando così le criticità proprie del matching tra domanda e offerta tipico dei centri per l’impiego (T. Treu, Blockchain, tecnologia a sostegno delle politiche del lavoro, in Guida lav., 2018, 48, 16), per traghettare così la gestione di processi ad elevata complessità nella fase cosiddetta di smart utility, con evidenti benefici di ricaduta per l’intero comparto.
La vera sfida, ora, è quella di credere ed investire nell’innovazione tecnologica e nel suo potere catalizzatore e propulsivo, perché, per dirla alla Henry Ford “C’è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti”.










