Vi siete mai chiesti dove vanno a finire, se persi, i nostri asset digitali? Avete mai pensato a quale luogo sono infatti destinati gli NFT, le criptovalute o qualsiasi tipo di proprietà digitale che, proprio come succede per gli asset fisici e tangibili (un orologio, un’automobile, un anello), possiamo letteralmente perdere? Seppur poco ricorrente, la domanda non è affatto banale, dal momento che il processo di digitalizzazione delle nostre proprietà continua a cavalcare, e gli utenti, che richiedono sistemi di protezione sempre più blindati, cominciano a trovarsi in circostanze in cui, proprio per la stessa blindatezza, non riescono poi paradossalmente a recuperare password, chiavi di recupero o codici di salvataggio terzi. E lo stesso problema si pone, come trattato dal Tribunale di Milano in una prima istanza del 9 febbraio del 2021, per i casi di eredità digitale: cosa succede, infatti, quando c’è da gestire un passaggio di eredità digitale tra deceduto e legittimo erede (per esempio, un wallet con NFT di valore, che passa da padre deceduto a figlia erede)? Si può ereditare? E se sì e magari a causa di infauste circostanze non c’è stato il passaggio di chiavi di accesso, come ci si può avvalere di proprietà digitali blindate in un wallet praticamente inespugnabile? E dunque, cosa succede a quelle proprietà digitali irrecuperabili?
Per avere una primaria dimensione della questione, basti pensare che, secondo la società di analisi on-chain Cypherock, abbiamo già perso, ad oggi, 6 milioni di Bitcoin (e a oggi, 1 maggio 2024, il valore di un bitcoin è di circa € 53.000,00, fate dunque voi stessi la moltiplicazione e derivatene l’effetto economico, reputazionale, finanziario e multidimensionale della stessa); e, secondo diversi analisti, di Bitcoin ne perderemo ancora circa 1 milione nei prossimi 100 anni, aggravando non solo il danno economico dei proprietari, ma altresì l’urgenza che tutti abbiamo non solo di consapevolizzare sull’hic et nunc delle performance strettamente finanziare, ma anche sul dopo, i se, i dove e i come proteggere, salvaguardare, accedere, blindare e recuperare, appunto, i nostri vulnerabili asset digitali.
Dai Bitcoin, passerei adesso agli NFT. Dai primi esperimenti di commercializzazione nel 2014, al boom e all’epilogo pandemico, giornali e riviste di tutto il mondo si sono domandati qualora la sfrenata domanda di questi asset si sarebbe tradotta in una consolidata tradizione collezionistica, oppure in un fiasco; e ad oggi, con quasi un decennio di storia proprio dalla vendita del primo NFT d’artista (Quantum di Anil Dash e Kevin McCoynel 2014) di evoluzioni e risposte ce ne sono state diverse e polimorfe. Un caso-sineddoche è quello del celeberrimo primo tweet della storia digitato e pubblicato proprio dal CEO del social, Jack Dorsey, e che recitava telegrafico: “just setting up my first twittr;” una semplice cordata di parole che, per il significato pioneristico del social, portò all’aggiudicazione di 2.3 milioni di sterline – un record che sconvolse il mondo e corroborò la corsa sfrenata ad altri ‘primati’ digitali (come Facebook, Instagram e altri social). Tuttavia, un’inchiesta postuma sul l’evoluzione di valore di diversi NFT condotta da VICE ha rivelato che, a soli 2 anni dalla vendita dello stesso NFT (2021>2023), il suo valore si attesta oggi a sole mille sterline (£ 1,200), inviando un segnale ben chiaro sull’attesa profezia che aleggia/va intorno agli NFT. Un’ulteriore indagine condotta da The Cryptonomist sulle iconiche Bored Apes ha altresì riportato che, dal picco nel 2022 (quando la società che le possedeva, il progetto BAYC, era quotato a 4 miliardi di dollari) ad oggi, il valore si è abbassato del 90%, consolidando l’idea che, alcune icone dell’economia 3.0 dell’ultimo lustro, hanno restituito una risposta ancora negativa sul tema. E come per gli asset tangibili che perdono spesso valore e che dunque si rivendono, mettono in cantina o banalmente smarriscono, cosa sta succedendo a queste proprietà-meteora? Per avere ancora una volta il senso di proporzione, si consideri che, nel mondo, sono attivi oltre 420 milioni di crypto owners – pressoché la popolazione dell’intera Unione Europea. Immaginate dunque quante proprietà digitali possano circolare in un blocco demografico vasto quanto la nostra Unione: migliaia, milioni… E se a questo dato ci affianchiamo la stima di Privacy HQ, che in un’indagine confermata da altre fonti riporta che “metà degli intervistati ha perso le proprie chiavi di accesso nei wallet ove depositavano i loro NFT,” la scala del problema è eufemisticamente enorme. Si parla dunque di migliaia, e verosimilmente di milioni, di proprietà digitali perse. Pressoché irrecuperabili. Per sempre.
E individuati i volumi, focalizziamoci sulla legge, contestualizzando la risoluzione di un caso del Tribunale di Milano (e specificatamente il processo tenutosi il 9 febbraio del 2021 sull’eredità di un wallet post-mortem), che in prima istanza ha dovuto affrontare i limiti e le novità di un caso di questo genere. Il Tribunale ha sentenziato che, metabolizzandosi alle caratteristiche di un’opera d’arte per il suo valore unico e non fungibile, appunto, l’NFT possiede le proprietà necessarie per essere ereditabile – ereditabilità che viene infatti concessa agli eredi del caso. Tuttavia, non disponendo delle chiavi di accesso al wallet che li conteneva, il processo di acquisizione delle proprietà digitali legalmente assorbibili (NFT e verosimilmente criptovalute residue) non ha potuto compiersi, dal momento che, diversamente da altri canali come social media, posta elettronica o iscrizioni a siti miscellanei, che rimangono in qualche modo dinamici nell’eventuale perdita e ripristino di chiavi di accesso, i wallet che segregano le nostre proprietà digitali sono invece blindati, impermeabili, praticamente inespugnabili se non si posseggono le stesse chiavi, appunto. Ed è dunque qui che il vantaggio alla massima sicurezza garantitoci da questi sofisticati sistemi potrebbe tradursi – come è successo – in un limite, un vicolo cieco, un binario morto, che destina le migliaia e milioni di proprietà digitali a un iperuranio digitale, praticamente ignoto.
Parlare di ‘cimitero digitale’ o ‘necropoli,’ dunque, non è inverosimile o distante da quanto sta accadendo; stiamo accumulando un repertorio fitto, complesso e parallelo di opere d’arte-NFT e ‘numismatica digitale’ delle numerose criptovalute, che ha tutto l’aspetto, per i nostri prossimi, di una vera e propria scena archeologica in cui scavare, disseppellire e ri-contestualizzare la società blindata e tuttavia fragile che ci stiamo costruendo.










