Come società nativa digitale, sono e siamo molto contenti che la SEC abbia finalmente approvato l’emissione di un ETF spot sul Bitcoin, un asset che in soli 15 anni è passato dal valere 1 dollaro a superare la soglia dei 70mila nel marzo quest’anno. Inoltre, il numero di chiamate che ricevo, anche da parte dei miei clienti istituzionali, dimostra che questo evento ha generato un aumento diffuso della curiosità e della ricerca di maggiori informazioni per quanto riguarda il settore delle criptovalute, che non si è limitato solamente agli Stati Uniti o al continente americano, ma ha investito anche l’Europa.
Non un fattore di poco conto.
Mi aspetto anche che questa curiosità si trasformi in una crescita dell’asset, la quale, a mio avviso, sarà trainata da un mix di investitori. Da un lato ci saranno quelli individuali, che magari erano intenzionati già da tempo a investire in Bitcoin, ma sviluppare un’intera infrastruttura per questo scopo era troppo oneroso; dall’altro ci sono proprio gli istituzionali, che fino ad oggi non hanno investito in criptovalute semplicemente perché non potevano. Infatti, non bisogna dimenticare che questi ultimi devono sottostare a dei vincoli che li obbligano a dotarsi di numerosi feature per poter accedere all’universo cripto (trading, custodia, gestione del rischio, etc.) che effettivamente non giustificano un unico investimento. Poter contare su un ETF, significa non essere più soggetti a queste barriere.
Tuttavia, è necessario fare una doverosa precisazione: tutto quanto affermato finora è valido solamente negli Stati Uniti; in Europa la situazione è diversa.
In particolare, secondo quanto previsto dalla MIFID2, gli ETF provider europei non possono distribuire KID e KIID per prodotti e fondi negli Usa; pertanto, gli ETF che sono quotati oltre oceano non sono fatti per la distribuzione nei nostri confini. In conclusione, il pubblico retail – o il cliente del private banker – del Vecchio Continente non vi può avere accesso.
A questo punto viene da chiedersi, alla luce di quanto appena visto, perché i miei clienti abbiano mostrato una così grande curiosità se tanto gli investitori europei (e quindi italiani) devono rinunciare a investire nel Bitcoin tramite ETF. La risposta è semplice: perché esiste un’alternativa. Non solo, questa alternativa esiste ed è disponibile sul mercato già da 5 anni.
Sto parlando degli ETP (Exchange Traded Products) sulle criptovalute, di cui noi di 21Shares siamo leader mondiali per gamma di prodotti e masse gestite.
Questo strumento è diverso da un ETF, in quanto strutturato tecnicamente come una obbligazione ed è classificato come “Special Purpose Vehicle” (SPV).
In questo modo, anche gli investitori europei avranno la possibilità di esporsi a un mercato in forte espansione attraverso una soluzione di investimento solida e ben conosciuta, regolamentata dalle principali autorità e borse europee e passaportata per la clientela istituzionale e retail anche in Italia.
Inoltre, questi prodotti permettono di rispettare la normativa e le attuali regole di diversificazione UCITS 5-10-40, secondo le quali non è possibile per l’emittente strutturare un ETF armonizzato UCITS (o UCITS compliant) con un unico asset come sottostante, in quanto non vi sarebbe un livello sufficientemente di diversificazione. Questa è la ragione per cui ad oggi non si può accedere, in Europa, a un ETF armonizzato UCITS sull’oro fisico, sull’argento o sul Bitcoin, ma si può accedere ai corrispettivi ETP.
Concludo osservando come l’approvazione dell’ETF negli Usa sia arrivata in un periodo molto favorevole al mercato del Bitcoin. Infatti, la crisi delle banche statunitensi del marzo 2023, l’impennata dell’inflazione e lo scenario geopolitico instabile hanno permesso all’asset digitale di ottenere un crescente riconoscimento del suo ruolo di riserva di valore, di protezione contro l’inflazione e contro il rischio di controparte e di investimento in tecnologia, che ha portato gli investitori a considerarlo sempre di più come un’opportunità di lungo periodo piuttosto che come un investimento speculativo a breve. Ciò ha portato anche a una forte riduzione della sua volatilità, la quale, sebbene sia ancora piuttosto alta per chi ha una scarsa propensione al rischio, in passato ha spesso allontanato numerosi potenziali investitori.










