La tecnologia blockchain, già da anni, ha lasciato intendere tutto il suo potenziale per rivoluzionare diversi settori, da quello finanziario fino al gaming, passando per le filiere di produzione e l’identità digitale.
Del resto, i vantaggi sono innegabili e intrinsechi alla natura stessa di questa tecnologia, come il sistema di crittografia che la rende immune (se non in casi limite) a manomissioni o censura, la trasparenza dei dati, l’assenza di un ente terzo che ne governi l’attività (decentralizzazione) e i minori costi di intermediazione.
La naturale applicazione della tecnologia blockchain si verifica, fin dalla sua nascita, nel settore crypto, con la criptovaluta che ha aperto, con l’avvento di Bitcoin, a un nuovo modo di concepire lo scambio di valore in relazione alle politiche monetarie dell’era moderna. Una nuova modalità di pagamento peer-to-peer (P2P), in sostanza, senza intermediari o commissioni imposte da essi, con una privacy maggiore, e con il potenziale per creare nuovi modelli di business, come dimostrano tutte le sue applicazioni nella finanza decentralizzata.
Statista e la International Data Corporation’s (IDC) suggerivano nel 2021 come la spesa nel settore blockchain avrebbe potuto raggiungere i 19 miliardi di dollari l’anno nel 2024, e sebbene tutto il settore soffra di un rallentamento dei casi di adozione crypto (dovuto a sua volta a un lungo mercato ribassista), questi numeri potrebbero comunque essere confermati dallo sviluppo trasversale della blockchain.

Pesa, da questo punto di vista, soprattutto lo sviluppo delle Central Bank Digital Currencies” (CBDC): uno strumento potenzialmente rivoluzionario per quanto riguarda l’approccio delle banche centrali ai pagamenti P2P, a scapito delle criptovalute e del denaro contante. E lo fa in maniera molto più rilevante di altri casi di applicazione, come la stessa DeFi, gli NFT e le “Autonomous Decentralized Organization” (DAO).
Proprio le CBDC potrebbero portare la blockchain a costituire la base di un nuovo sistema di pagamento istituzionale e globale, combinando tra l’altro la “stabilità” della valuta fiat all’efficienza delle criptovalute in tema di transazioni.
La questione, in realtà, è ancora aperta, e seppur molti paesi siano avanti nello sviluppo, come Cina, Svezia, Bahamas e Nigeria, non sono nemmeno poche le controindicazioni del caso, come il totale snaturamento dei principi legati a Bitcoin, soprattutto lato privacy e decentralizzazione.
A prescindere da ciò, comunque, la blockchain sembra destinata a uscirne vincitrice, ormai anche senza dipendere dallo sviluppo parallelo del settore crypto e con le uniche difficoltà rappresentate, piuttosto, da nuove soluzioni di scalabilità, impatto ambientale e regolamentazioni.
Nonostante l’automatico accostamento al settore crypto, infatti, la blockchain non rappresenta certo una sorta di sinonimo di Bitcoin. Al contrario, le criptovalute non sono che una delle infinite soluzioni di applicazione della tecnologia blockchain.
L’aspetto fondamentale, semmai, è la versatilità della blockchain in quanto innovazione in ogni tipo di business, le cui fondamenta consistono in “consenso”, “replicabilità”, “immutabilità” e “sicurezza”. In altre parole, in transazioni la cui convalidazione sia garantita dai partecipanti alla rete, nella “replica del database” perché le modifiche alla rete vengano registrate (dinamica alla base del registro distribuito), nell’immutabilità di queste ultime e, in ultima istanza, nella sicurezza derivata da queste dinamiche.
Non è un caso, quindi, se uno dei casi di applicazione più popolari della blockchain sia quello di svolgere il ruolo di infrastruttura tecnologica alla base del monitoraggio delle catene produttive (rispetto a qualsiasi settore, come la logistica, la produzione, ma anche alla sanità).
Walmart, negli Usa, ha abbracciato questa tecnologia per promuovere la trasparenza nella GDO, tracciando origine e qualità dei prodotti, e identificare eventuali problemi con la certezza di aver raccolto dati attendibili. Senza contare i vantaggi legati al risparmio sui costi, con l’eliminazione di attività di reporting e controllo dei dati.
Oppure, la blockchain può offrire nuove soluzioni operative tramite “smart contract” ovvero eseguendo “accordi” autoeseguibili sulla rete e senza la necessità di intermediari, come regolatori o funzionari governativi per risolvere controversie.
Ancora più interessanti, invece, sono le prospettive della tecnologia blockchain inserite nella sua convergenza al settore della finanza tradizionale. In altre parole, la “tokenizzazione” degli asset finanziari in “native” o “non-native” token, che ricrea gli asset in questione su blockchain o ne emette, una volta diventato “custode” l’ente coinvolto nell’operazione, in una forma on-chain (NFT o token).
Basterebbe buttare uno sguardo sul mercato dei World Real Assets (RWA) per farsi un’idea, con tutta una serie di strumenti di investimento tradizionali che già “viaggiano” sulle blockchain, come stock e bond governativi, real estate, commodity e addirittura oggetti di lusso da collezione. Backed Finance, una delle realtà DeFi in questione, per citarne una, ha già lanciato sul Layer-2 Base delle “obbligazioni tokenizzate” del gestore BlackRock.
E se in tutto ciò possiamo vedere una grande liquidità proveniente dalla TradFi confluire liberamente nell’ecosistema crypto, è vero che vale anche il rapporto inverso, con le più grandi istituzioni internazionali che adottano la tecnologia blockchain per investire nella tokenizzazione.
Primo della fila, da questo punto di vista, è sicuramente JPMorgan, che godendo dell’esperienza accumulata negli anni in ambito blockchain (crf. JPM Coin) è già riuscita a registrare risultati importanti con le prime transazioni di azioni tokenizzate utilizzate come collaterale per scambi di derivati OTC, coinvolgendo realtà come Barclays e (ancora) BlackRock.
Allargando ancora di più gli orizzonti, sviluppi fondamentali arrivano anche dalla Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication (o più semplicemente SWIFT), che sta lavorando, in collaborazione con Chainlink, al trasferimento di asset tokenizzati cross-chain tramite la creazione di una vera e propria infrastruttura globale per transazioni di questo tipo, anticipando la domanda per una tecnologia che potrebbe rivoluzionare la gestione patrimoniale in termini di efficienza e costi.
Del resto, è questa ormai l’opinione della maggior parte degli investitori istituzionali, che si rispecchia in una moltitudine di iniziative a livello globale e nazionale, come si nota guardando anche in casa nostra, in Italia.
UBS Asset Management, per esempio, con il suo progetto pilota UBS Tokenize, ha già lanciato un money market fund tokenizzato su Ethereum, certificando di fatto la fattibilità di adottare una delle chain più importanti del settore. E l’esempio sembra essere seguito in tutto il mondo, a partire dal “bel paese”.
Rispetto a ciò, vale la pena sottolineare gli sviluppi di BlockInvest, una startup fintech milanese che ha già avanzato diverse collaborazioni con istituzioni di rilievo. Nello specifico, con Crédit Agricole, per la tokenizzazione dei bond (e minibond), e con Deloitte per il finanziamento di una vera e propria piattaforma dedicata a questa procedura, da offrire successivamente ai clienti istituzionali.










