Intro
Sta crescendo il numero di società fintech e techfin che si focalizza, sin dalla nascita del proprio business, sulle questioni sociali. Ma la sostenibilità non è solo nei prodotti e nelle soluzioni: è anche nelle opportunità, giuste e doverose, che si riescono a dare alle donne e a tutte le categorie discriminate.
Negli ultimi anni, anche nel Fintech è emerso il movimento “For Good”, che aggiunge l’ingrediente dell’inclusione sociale e dell’impatto ambientale alla già esistente intersezione tra finanza e tecnologia. Ma anche prima che il “For Good”, per moda o necessità, si diffondesse, il fintech garantiva, per la propria natura innovativa e tecnologica, servizi finanziari più accessibili a persone e piccole imprese o potenziali imprenditrici e imprenditori. Nonostante tale DNA innovativo e inclusivo, però, spesso le aziende fintech non sono molto diverse dal resto del mondo finanziario per quanto riguarda il tema della diversity.
D&I nel mondo fintech
Sifted ha chiesto alle principali challenger bank del continente quante donne siano presenti nel management e nei consigli di amministrazione: in media, le donne occupano il 33,4% delle posizioni di vertice. Si tratta di un dato solo leggermente superiore alla media del 30,6% delle banche tradizionali, secondo un’analisi Reuters del 2023. Per quanto riguarda i consigli di amministrazione, addirittura le neobank hanno una performance inferiore rispetto alle banche tradizionali: poco più del 22% dei membri dei board sono donne. Tuttavia, nel contesto dei consigli di amministrazione delle società finanziarie quotate, secondo il Gender Statistics Database (GSD) dell’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere (EIGE), l’Italia ha il 44% di donne presenti e di recente si è conclusa la terza edizione – cui ho preso parte anche io come discente – di Women on Board, un progetto che promuove la cultura di genere e, in particolare, l’ingresso delle donne nei Consigli di CdA di imprese pubbliche e private. Il progetto è promosso da Manageritalia, Federmanager, AIDP, Hub del Territorio in collaborazione con il Consiglio Nazionale dei Commercialisti e degli Esperti Contabili, l’Associazione Nazionale Forense ed il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro.
Seppure il percorso sia aperto a donne e uomini, l’obiettivo è ridurre il divario di genere, favorire l’inclusione e l’accesso delle donne alle posizioni di leadership all’interno delle organizzazioni aziendali e nei CdA.
Posizioni che non sembrano rilevanti per investitori e founder del fintech: da una ricerca appena pubblicata da Fintech District e EY emerge, infatti, che per il 38% di chi fonda una startup, la diversità del team in termini di genere, etnia e cultura non ha nessuna influenza sulle scelte degli investitori; per il 25% dei founder avrebbe addirittura un impatto negativo. Eppure, negli ultimi dieci anni, il totale dei fondi raccolti da startup fondate o co-fondate da donne è raddoppiato e il numero di quelle che sono diventate unicorni è aumentato di dieci volte.
In Italia, la presenza femminile nel settore fintech è in crescita, ma resta inferiore rispetto ad altri Paesi europei. Secondo l’ultima rilevazione dell’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano, l’Italia conta 596 startup fintech attive, ma solo una piccola percentuale è guidata da donne.
La community del Fintech District – composta da più di 300 aziende fintech e techfin – vede un 10% di aziende con CEO/Founder e Co-Founder donna (a fine 2018 erano solo 6) ancora attive all’interno dell’azienda: Arisk, Beep, BlinkS, BxT.Ai, Clearbox AI, CleverChain, Consulens, Doorway, Easy-Trend, Ellycode, Fibi, Futurae Technologies, GeckoWay, Generation Impact Global, My-Money, MYBIROS, MyPass, Neuroprofiler, Plino.ai, scudi International, Subbyx, Syrto, Tech Engines, TODUBA, Tot, Urbistat, Verifica.srl, VidyaSoft Srl, viteSicure, Wallife, Wealthype e Zyphe.
Sembra incredibile anche solo da scrivere, ma questo numero potrebbe non essere esatto per via del “sommerso”: founder donne che non si dichiarano tali a causa di fattori culturali che scoraggiano la dichiarazione e l’avvio d’impresa femminile. L’imprenditoria al femminile rappresenta una risorsa cruciale ancora poco valorizzata, con conseguenze negative anche sul PIL. Secondo il report “Le Equilibriste” di Save the Children (2024), il tasso di occupazione femminile in Italia è del 63,8%, che scende al 57,8% tra le madri di due o più figli; solo il 62,3% delle madri con figli minori lavora, rispetto al 91,5% dei padri. Forse bisognerebbe intervenire su servizi e salari e su un vero bilanciamento vita/lavoro? Forse bisognerebbe puntare meno sui premi Woman of the year e puntare finalmente a celebrare un Year of the woman?
Infine, spesso ci dimentichiamo che il tema della diversity non è solo al femminile, ma deve riguardare anche tutte le minoranze discriminate, puntando a un reale cambiamento culturale.
Il fintech come strumento di inclusione: da conoscenza a possibilità
ll Fintech può abbattere le barriere economiche e creare un futuro più equo e sostenibile. L’adozione su larga scala di soluzioni digitali, maggiormente accessibili, più veloci, potrebbe cambiare radicalmente il volto dell’economia globale aprendo opportunità prima precluse a determinate fasce di popolazione: questo è particolarmente vero per l’accesso al credito, ma anche per i mezzi di pagamento, grazie ai costi più bassi e alla semplicità di utilizzo.
Analizzando le diverse forme di violenza all’interno delle relazioni familiari, emerge che la violenza economica è più diffusa di quanto comunemente si ritenga, coinvolgendo non solo persone con un basso livello di istruzione o appartenenti a contesti svantaggiati. Tale forma di violenza si manifesta quando il capo famiglia – termine tradizionalmente associato al genere maschile, anche adesso che sono frequenti situazioni in cui la donna percepisce un reddito superiore – minaccia di privare oppure priva la moglie o compagna delle risorse economiche, oppure scoraggia o impedisce qualsiasi forma di autonomia, anche attraverso frasi come “non hai bisogno di lavorare”.
La questione non riguarda esclusivamente l’autonomia finanziaria: spesso le vittime sono prive di fonti di reddito, non dispongono di un conto corrente o di strumenti finanziari propri e non hanno la possibilità di gestire autonomamente i risparmi, dovendo richiedere autorizzazione anche per le spese quotidiane.
Strumenti di pagamento peer-to-peer, conti digitali senza necessità di recarsi in filiale, investimenti a partire da pochi euro, semplice verifica dell’identità digitale: tutto questo può cambiare il corso di una relazione e di una vita.
Al Fintech District riteniamo che l’educazione sia fondamentale per garantire pari opportunità a tutte e tutti e le istituzioni educative possono assumere un ruolo determinante nel favorire l’interesse verso il fintech e l’innovazione finanziaria attraverso programmi formativi dedicati che integrino elementi di finanza, tecnologia e imprenditorialità, mentorship con modelli di riferimento femminili, progetti pratici come laboratori e hackathon che consentano di mettere in pratica le competenze acquisite.
Grazie alle partnership con Università italiane e straniere, come Fintech District raccontiamo alle studentesse e agli studenti come il fintech possa cambiare loro la vita, semplificandola per le attività quotidiane e diventando, magari, un percorso di carriera.
Se penso alla me ragazza, penso a come sarebbe stato bello se qualcuno mi avesse spiegato queste cose e spinto a creare qualcosa di nuovo, di mio. Perché non importa dove vivi, in che genere ti classifichi: se hai una buona idea, puoi portarla avanti. E se ti hanno detto che non puoi farlo, è solo perché non ti hanno ancora conosciuto.










