Un consumo sicuro e nuove dinamiche di mercato
Introduzione
Il settore vitivinicolo è in forte crescita da anni, seppur sempre al centro di accesi dibattiti in diversi ambiti, così come l’apprezzamento e la richiesta di informazione dei consumatori. In alcune nazioni, come la nostra, è simbolo di eccellenza e unicità riconosciuto in tutto il mondo. Come tutte le cose belle, i malfattori non tardano ad arrivare nella speranza di approfittarne. Il mercato vitivinicolo nel 2021 registrava perdite di 1,4 miliardi di euro solo in Europa, danneggiando non solo i consumatori, ma anche l’immagine dell’intera filiera. L’unica opzione che abbiamo è fidarci di quanto troviamo scritto in etichetta o sul sito del produttore, ma questo basta? In questo articolo vedremo come la blockchain ci aiuta a rendere le informazioni più sicure, ma non solo. Vedremo come questa tecnologia può portare a nuove dinamiche di mercato grazie alla sua trasversalità, cercando di fuorviare un possibile produttore lettore che essa non rappresenta solo un sistema di controllo.
Tradizione e tecnologia: il livello di digitalizzazione del settore vitivinicolo
Parte integrante della storia e della cultura di molti paesi fra i quali Italia, Francia e Georgia, la viticoltura ha contribuito alla creazione di un valore identitario unico, apprezzato e riconosciuto globalmente; eppure, ad approcciare la produzione del vino in tempi relativamente recenti sono stati anche mercati precedentemente estranei al settore, i quali hanno contribuito alla scoperta di nuove varietà di vino e di innovativi processi tecnologici.
È proprio grazie a tali innovazioni che, nel corso dell’ultimo trentennio, il prodotto ha potuto vantare non solo una delle crescite più repentine della storia, ma anche una netta regolamentazione legale, che lo ha portato ad essere estremamente controllato e in grado di garantire qualità, sicurezza e sostenibilità.
Tuttavia, lo sviluppo di tali controlli deriva – purtroppo – dai numerosi scandali passati e che tutt’ora, anche se minori, continuano a spuntare a macchia di leopardo tra i notiziari di cronaca di tutto il mondo (basti ricordare il vino al metanolo in Italia, che negli anni ’80 ha causato cecità e, nei casi più gravi, il decesso di molte persone). Tralasciando l’eccezionalità di alcuni casi, però, gli episodi di frode alimentare registrati sono numerosi e interessano diverse aziende nel mondo, da quelle dei nostri vicini francesi a quelle indonesiane; per questo – e per garantire la tutela dei consumatori – vari Stati sono stati costretti ad aumentare la regolamentazione della bevanda.
L’attuale ausilio dell’IoT, sistemi di geolocalizzazione e di sensori molto precisi, permette alle aziende di monitorare con dati scientifici i processi lungo la catena del valore, valutandone così l’efficienza e l’impatto. In particolare, tali dati sono gli stessi consultati dagli Organi di Controllo per verificare l’idoneità dei prodotti da immettere sul mercato nonché gli stessi che – soprattutto da quando i consumatori hanno sviluppato una forte coscienza di consumo – sono stati resi pubblici e consultabili (ad esempio sulle etichette dei prodotti o sui siti aziendali).
Del resto, le informazioni che il mercato richiede riguardano la sostenibilità, l’etica aziendale, la sicurezza, la trasparenza e non solo, motivo per cui le aziende vitivinicole sono investite di una grande responsabilità. Eppure, nonostante le numerose certificazioni riferite al carbon e al water foot-print, all’etica di produzione, all’utilizzo di sostanze vegane o 100% riciclate – e chi più ne ha più ne metta – e nonostante l’utilizzo delle tecnologie più sviluppate, le frodi alimentari persistono, complici le aziende che, in un continuo tentativo di greenwashing, trasmettono informazioni fuorvianti sulle loro pratiche ecosostenibili.
È facile, dunque, evincere come l’attuale sistema di controllo, sovraccaricato dal vasto numero di realtà produttive attive, presenti numerose lacune, soprattutto dovute all’impossibilità di tracciare in tempo reale un percorso produttivo esente da manipolazioni. Tra i vari ostacoli alla trasparenza, inoltre, il fattore umano rimane forse quello più determinante, soprattutto data la sua compromettibilità. Gli unici validi intermediari fra i produttori e i consumatori sono gli enti di controllo e certificazione, tuttavia aggravati dall’oneroso compito di verificare fisicamente tutti i dati dei numerosi attori della filiera vitivinicola; ma anche nell’eventualità in cui riuscissero ad organizzare un controllo a tappeto simultaneo, rimane una domanda: chi controlla i controllori?
I vantaggi della tecnologia Blockchain
Grazie ad un protocollo intrinseco basato su un ecosistema trustless, la Blockchain1 costituisce una scappatoia da tali sistemi insicuri e raggirabili, in quanto ogni utente è parte certificante delle transazioni.
La rete blockchain altro non è che un registro pubblico condiviso e aggiornato; perciò, qualsiasi transazione che vi avvenga è consultabile da ogni utente della rete. Già questo ci aiuta a capire come la trasparenza di tale tecnologia rende difficile la manipolazione e la divulgazione di informazioni false 2.
La blockchain elimina dunque la necessità di far affidamento su figure intermediarie, enti certificatori e magazzini di documenti cartacei, rendendo ogni processo più veloce, automatizzato e sicuro; inoltre, i dati contenuti nel blocco delle transazioni – come il timestamping e la firma digitale – scoraggiano qualsiasi attività fraudolenta, grazie alla maggiore individuazione delle responsabilità degli operatori, e questo nuovo modo di elaborare dati porta ad un accorciamento della distanza che vi è tra i vari attori della filiera. Nel processo produttivo, ogni step della catena del valore potrebbe essere registrato in pochi minuti, permettendo al consumatore di avere un’informazione veritiera e istantanea. Questa comunicazione può ovviamente avvenire da entrambi i lati, permettendo anche al consumatore di inviare un’informazione al produttore, migliorando le comunicazioni di servizio e i tempi di risposta. Inoltre, l’elaborazione di dati trasmessi con blockchain permette di semplificare la logistica, il ritiro di lotti dal mercato e di proteggere tempestivamente il consumatore, monitorando il prodotto nel suo intero ciclo di vita farm to fork.
L’identità digitale del prodotto può quindi raccontare con sicurezza il percorso che questo fa al di fuori del cancello dell’azienda, apponendo ad esempio un sensore RFID, NFC o QR-code in grado di registrare ogni passaggio lungo tutta la filiera senza rischio di manomissioni. L’investimento e la coordinazione che gli OdC e i produttori dovranno attuare non potrebbe mai essere più profittevole: disintermediazione, multifunzionalità, trasparenza e affidabilità permettono un nuovo sviluppo dei mercati grazie alla fidelizzazione dei consumatori, bisognosi ora più che mai di tali virtù.
Gli NFT per un nuovo rapporto tra produttore e consumatore
La Blockchain, però, non è utile solo dal punto di vista delle transazioni o delle informazioni certificate: grazie agli smart contract, ad esempio, è stato possibile incrementare nuove funzionalità, usufruibili sia dalle imprese che dalle persone.
Uno smart contract – ovvero un “contratto intelligente” – è un semplicissimo contratto tra due parti basato su DLT, dove un determinato input porta inevitabilmente a un output 3.
Grazie agli smart contract è stato possibile creare gli NFT, acronimo di non-fungible token, ossia degli attestati di proprietà digitale di un determinato asset pubblicamente e univocamente assegnati ad un solo individuo (e per questo non rivendicabili da altri soggetti).
L’NFT permette di costruire un rapporto con il consumatore ancora più profondo e variegato: giocando sul possesso di un asset digitale brandizzato, ad esempio, le aziende possono creare nuovi bisogni o strategie di marketing, targettizzate ad hoc. Sono le aziende stesse infatti che possono produrre NFT in base alla propria mission, facendo leva sia sulla funzione che sulla scarsità di tali asset: una dinamica può dar vita a una nuova forma di loyalty tra il consumer e il brand, con nuove sinergie di clubbing, reward programs, prodotti e servizi limitati.
Inoltre, negli ultimi anni sono state elaborate molteplici strategie di gamification, aprendo le porte al collezionismo di bottiglie limited edition: è il caso delle aziende più prestigiose e conosciute del mondo – costituenti il mercato di nicchia dei fine wines – che hanno utilizzato gli NFT per i futures, ossia un pagamento anticipato per prenotare una determinata quantità di bottiglie di un’annata futura. Grazie alla tecnologia blockchain, la riscossione di suddette bottiglie non può essere vittima di errori di conteggio, di persona o altri, in quanto solo il possessore può effettivamente dimostrare di essere proprietario dell’asset. Al momento del ritiro, basta mostrare l’NFT e il gioco è fatto.
Ma l’utilità di questi token non finisce qui: l’NFT, infatti, rimane sempre in possesso del compratore – a meno che l’azienda in questione non decida il contrario –, e per questo istituisce un rapporto che va oltre il momento dell’acquisto. Mantenere un asset permette di trarre ulteriori benefici, tra i quali il possibile accumulo di punti fedeltà o l’accesso a esperienze e servizi esclusivi. Un’azienda americana, ad esempio, ha creato degli NFT che danno ai clienti un diritto di voto sull’operato della stessa. Il denaro raccolto dalla vendita degli asset limitati viene utilizzato per finanziare nuovi progetti dedicati al miglioramento dell’infrastruttura e dei macchinari, o per “correggere” il vino delle varie annate in base ai gusti e alle impressioni dei consumatori. Questi sono solo due esempi di casi d’uso, ma la capacità trasversale di tale tecnologia la rende applicabile in mille modi diversi.
Tale nuovo rapporto tra produttore e consumatore, basato sulla trasparenza e il coinvolgimento dei clienti fidelizzati, si è reso ancora più necessario con l’arrivo della pandemia, quando il senso di diffidenza dei consumatori – ormai accumulatosi da decenni – è sfociato in un un’attenzione scrupolosa verso la food-safety e la food-security. Ad oggi, anche se la paura non è più quella degli anni passati, la valutazione sull’impatto ambientale, la sicurezza e l’etica di un’azienda sono rimaste sotto l’occhio vigile del mercato e delle leggi. Comunicare in maniera diretta e trasparente, dunque, non è solo una mossa di marketing utile per aumentare il bacino di utenti, bensì una necessita impellente: in questo senso, la tecnologia Blockchain può restituire credibilità e integrità all’intero settore.
L’ adattabilità della Blockchain agli attuali sistemi di controllo
Essendo lo sviluppo della tecnologia estremamente veloce e essendo molteplici le novità che apporta, vari paesi faticano ad adattarsi sotto il punto di vista giuridico: regolamentare una tecnologia così versatile senza mettere in pericolo i consumatori e senza ostacolarne l’evoluzione delle varie applicazioni, del resto, non è facile. Intanto, protagonista di un dibattito estremamente vivo, la Blockchain sta alimentando sempre più l’interesse di istituti bancari e governativi, che in tutto il mondo ne hanno capito l’utilità e stanno cercando di svilupparla integrandola agli attuali sistemi di gestione mondiali.
In tale scenario, il settore agroalimentare e quello vitivinicolo hanno molto da guadagnare in termini di trasparenza e certificazione, ragion per cui nell’ultimo decennio sono nati molti progetti, pubblici e privati, a sostegno di tali filiere.
In Italia, a partire dal 1° gennaio 2016, tutti i produttori hanno l’obbligo di registrare le informazioni riguardanti la produzione, l’imbottigliamento e l’uscita sul mercato sul registro telematico del SIAN (Sistema Informativo Agricolo Nazionale). Questo può definirsi un primo avvicinamento alla blockchain, in quanto si parla espressamente di dematerializzazione dei registri.
Dal 2020, invece, la Commissione Europea e il MASAF incentivano l’utilizzo della suddetta tecnologia per la certificazione della tracciabilità dei prodotti agroalimentari, soprattutto quelli a marchio DOP e IGP. I dati raccolti possono essere pubblicati sulle blockchain pubbliche, o in alternativa possono essere registrati su DLT (Distributed Ledger Technologies), ovvero delle Blockchain private in cui solo gli attori registrati della filiera possono inviare e modificare le informazioni registrate lungo la supply chain (il registro rimane distribuito e decentralizzato, ma gli utenti autorizzati sono definiti e a numero limitato).
Ovviamente, queste blockchain private possono essere sottoposte a controlli da parte degli enti certificatori autorizzati dall’Ispettorato Centrale Repressione Frodi (ICQRF), effettuabili sia fisicamente, in maniera periodica, o grazie ad un inserimento preventivo degli OdC all’interno della DLT (modalità che fa risparmiare tempo e risorse a entrambe le parti). La documentazione richiesta annualmente dagli OdC ai produttori ha a che fare con registri quantitativi e qualitativi: partendo dal potenziale viticolo si analizzano dati riguardanti la contabilità di cantina, le pratiche enologiche ed agronomiche, l’etichettatura e soprattutto i contrassegni di stato. I controlli vengono fatti annualmente, a campione 4.
L’integrazione della blockchain nella catena produttiva riconosciuta dagli enti certificatori permetterebbe di registrare in tempo reale i dati di produzione senza possibilità di manomissione, rendendoli consultabili in qualsiasi momento per tutti. Invece di raccogliere informazioni frammentate, si costruirebbe un percorso fluido, tracciato e verificato, dall’uva fino all’uscita della bottiglia dal cancello dall’azienda, arrivando poi a controllare i movimenti all’interno del mercato. Con la giusta supervisione, sarebbe inoltre possibile evitare il commercio di questi prodotti in paesi, – o verso soggetti – non autorizzati, proteggendosi da vendite illegali.
Attualmente, la PAC incentiva ed esorta gli stati membri ad utilizzare la Blockchain per sconfiggere i problemi legati alla produzione, alla comunicazione e al commercio. Anche il Ministero delle Imprese e del Made in Italy l’ha indicata come determinante per la protezione del prodotto e dei consumatori dai fenomeni di contraffazione all’estero (che danno vita al fenomeno di italian sounding). Proprio per questo, è arrivata la decisione di inserirlo ufficialmente nei protocolli di certificazione e controllo dei prossimi anni. Il fenomeno di contraffazione ovviamente non riguarda solo i prodotti italiani, ma anche altre poche nazioni con specialità enogastronomiche riconosciute in tutto il mondo. In altri Paesi, come ad esempio la Francia, l’integrazione della blockchain potrebbe però risultare più complessa, in quanto la procedura attuale prevede molti autocontrolli eseguiti da auditor interni, con controlli meno frequenti e a campione.
1 La Blockchain – letteralmente, in italiano, “catena di blocchi” – è un registro contenente le transazioni in corso e quelle passate, in cui ognuna, prima di poter essere convalidata, viene elaborata dall’intera rete di utenti. Si tratta di una tecnologia, dunque, che acquista potere in maniera cumulativa, giovando della potenza computazionale che ogni utente connesso offre col proprio dispositivo.
2 Nonostante si possa pensare che non garantisca privacy, in realtà, la permette ad ogni utente della rete e ad ogni transazione, in quanto ogni informazione che vi transita viene crittografata con un apposito algoritmo di hashing, chiamato SHA-256, che rende impossibile decifrare in lettere il contenuto o il nome proprio dell’individuo. Per usufruire di questa tecnologia, infatti, ogni utente deve prima registrarsi ed essere autenticato, in modo che gli sia assegnato un profilo digitale verificato. Terminata l’iscrizione viene poi attribuita al soggetto una chiave privata univoca, con cui firmerà tutte le transazioni che desidera effettuare.
3 Esatto, inevitabilmente: la Blockchain non può essere raggirata o manomessa e per questo, una volta attivatovi, il contratto non si può fermare, e a un determinato input seguirà sempre un determinato output. È fondamentale dunque che le parti stabiliscano insieme, con precisione, i termini dello smart contract, in quanto l’assoluta imparzialità di cui gode non permetterà che ci possano essere rivendicazioni illecite.
4 Questa procedura rende difficile garantire che ogni singolo produttore abbia realmente rispettato i disciplinari di produzione e le regole in vigore. In ogni caso, se un vino non rientra nei parametri stabiliti prima di dichiarare la frode, sarà compito dell’ente in questione decidere se declassare o riclassificare il prodotto.










