Il mio percorso atipico da outsider a professionista della tecnologia
La ragazza che non sapeva cosa volesse diventare
Non avevo un piano.
Solo una maturità linguistica appena conquistata e quella sensazione tipica dei diciannove anni: tutto è possibile, ma nulla è chiaro. Quando da bambina mi chiedevano cosa volessi fare da grande, cambiavo idea ogni settimana. Maestra, pop star, veterinaria. Nessuna di quelle parole sembrava davvero un mestiere possibile.
Così, con la naturalezza dell’abitudine, scelsi Lingue all’università. Non era una vocazione, ma una continuità. Una scelta che non respingeva, ma nemmeno accendeva qualcosa. E intanto serviva un lavoro, perché studiare Roma è bellissimo ma non ti fa sconti.
Dopo una parentesi all’aeroporto di Fiumicino come promoter, arrivò l’occasione inattesa: un’azienda informatica cercava una figura junior per svolgere attività di data entry. Nessuna esperienza richiesta. Perfetto, perché io non ne avevo.
Accettai. Senza sapere che stavo entrando in un mondo che avrebbe cambiato tutto.
Il primo impatto con un settore che non mi aspettava
All’inizio, il mio lavoro era semplice: mi limitavo a fare il necessario. Fogli Excel, dati da normalizzare, processi ripetitivi. Ma, quasi senza accorgermene, stavo imparando. E mentre imparavo, mi si apriva davanti un ecosistema totalmente nuovo: un settore veloce, logico, pieno di possibilità, ma a volte ostico, soprattutto se ti presenti come donna, giovane, e con un background umanistico.
Queste tre caratteristiche non giocavano a mio favore.
Le statistiche lo confermano: l’Italia è 63ª in Europa per parità digitale. Nelle STEM, solo un quarto dei ruoli tecnici è occupato da donne. Nel settore ICT le professioniste rappresentano appena il 16% della forza lavoro, guadagnano in media il 15% in meno e hanno meno probabilità di avanzare.
Fonti:
- Web3 Already Has a Gender Diversity Problem
- Global Gender Gap Report 2022
- Gender Equality Index 2020
- Shetech
- Una fotografia delle donne nel mondo Tech
Crescere professionalmente mentre crescevo come persona
Mentre il mio contratto veniva rinnovato di mese in mese, fino a diventare indeterminato, io non restavo ferma. Studiavo di notte e nei fine settimana, lavoravo di giorno dal lunedì al venerdì, e costruivo la mia identità professionale pezzo per pezzo.
Porto a casa una laurea in lingue, poi una magistrale in relazioni internazionali, poi un master in europrogettazione. Sempre lavorando full time. Intanto, quello che era iniziato con un data entry cominciava a diventare qualcosa di più grande: un percorso realistico, concreto, che metteva insieme le competenze tecniche che acquisivo e la mia natura comunicativa. È qui che il digitale smette di essere solo un contesto e diventa uno strumento. E mentre mi muovevo tra studio e lavoro, iniziavo a scoprire il lato creativo del digitale. Contenuti, comunicazione, strategie. Trovavo un equilibrio nuovo, mio, tra linguaggio umano e linguaggio tecnico. Ed è in quel momento che entra in scena una nuova alleata.
L’intelligenza artificiale: la collega che non sapevo di volere
Quando l’IA ha iniziato a diffondersi, molti la temevano. Altri la disprezzavano. Io, invece, ci ho visto subito una possibilità: un acceleratore, un’estensione del mio modo di lavorare, un moltiplicatore di capacità. L’ho usata per creare contenuti, prototipare idee, strutturare progetti, migliorare processi. Non come scorciatoia, ma come amplificatore.
Perché l’IA non sostituisce creatività e intuito. E non sostituisce nemmeno la responsabilità: siamo noi a decidere cosa farle fare e, soprattutto, cosa non farle fare.
Ho capito che il valore umano non sta nel produrre più velocemente, ma nel sapere cosa vale la pena creare. L’IA non immagina: esegue. Non sogna: ottimizza. Non innova: combina.
Il suo vero potenziale emerge quando trova qualcuno che le dà una direzione.
Vivere nel digitale, non solo lavorarci
Più mi addentravo nella tecnologia, più capivo che non era solo un mestiere: era un linguaggio nuovo. Un modo di leggere il mondo.
Il digitale mi ha permesso di unire due anime che pensavo incompatibili:
- quella analitica, nata nel settore informatico;
- quella creativa, che ha sempre cercato un modo per esprimersi.
Lavorare nella tecnologia da un punto di vista umanistico è in realtà un punto forte, non uno svantaggio. Significa saper interpretare esigenze, leggere comportamenti, comprendere persone. In un’epoca dominata da algoritmi e AI, la vera differenza la fa chi sa dare senso e contesto. Ed è qui che ho capito: non serve essere nati programmatori per riuscire nella tecnologia. Serve essere nati curiosi.
Perché servono più donne nella tecnologia (e non è solo una questione di numeri)
La tecnologia è il luogo in cui si decide come vivremo domani. Non è un’esagerazione: chi progetta algoritmi, piattaforme digitali, modelli di intelligenza artificiale, sta letteralmente definendo le infrastrutture invisibili che regoleranno scelte, opportunità e interazioni quotidiane. Un futuro pensato da pochi è inevitabilmente un futuro incompleto.
Per questo l’empowerment femminile nel settore tech non è una battaglia di nicchia né un tema da convegno: è una questione strategica. Una società che ignora il talento delle donne (metà del suo capitale umano) non solo è ingiusta: è inefficiente. Spreca creatività, riduce la capacità di innovare, limita la propria competitività. La verità è semplice: team più inclusivi progettano tecnologie più inclusive. Lo confermano numerose ricerche, tra cui un recente studio del Capgemini Research Institute che analizza il legame diretto tra diversità nei team tecnologici e qualità dei prodotti digitali sviluppati. Quando al tavolo siedono persone con background, generi e sensibilità differenti, la tecnologia diventa più attenta, più accessibile, più adatta alla complessità del mondo reale.
Negli ultimi anni, però, l’adozione massiccia di soluzioni digitali e di sistemi di IA ha mostrato il lato oscuro delle tecnologie sviluppate senza diversità: bias, discriminazioni, risultati distorti.
Ecco perché oggi il tema della Diversità, Equità e Inclusione (DEI) non è un ornamento aziendale: è una necessità urgente. Le tecnologie che usiamo quotidianamente devono essere progettate da persone che rappresentino realmente la società che le utilizzerà. Tuttavia, per arrivare lì serve un cambio di paradigma. Significa lavorare sull’educazione fin dall’infanzia, contrastare gli stereotipi che ancora scoraggiano bambine e ragazze ad avvicinarsi alle materie STEM, sostenere il loro percorso con politiche di welfare e infrastrutture sociali adeguate. Serve un ecosistema più fertile, non più rigido.
E serve anche un passo in avanti da parte nostra: delle donne che desiderano entrare (o restare) nella tecnologia.
Autorizzarci a imparare, a crescere, a sbagliare, a riprovare. A presentarci con competenza, professionalità e quella determinazione tranquilla che non chiede spazio: lo crea. Alla fine, la questione non è “aggiungere donne” nei team tech. È migliorare i team tech.
Più donne significano:
- prodotti migliori
- meno bias
- più punti di vista
Io non voglio essere un’eccezione. Voglio far parte della norma che sta arrivando. Perché l’innovazione migliore nasce sempre quando nella stanza c’è più varietà di pensiero.
Fonte: “Le donne nella tecnologia sono importanti: ce lo insegna la storia“
Innovazione senza permesso
Il mio percorso non è mai stato lineare, e forse non lo sarà mai. Tuttavia, ho imparato una verità fondamentale: l’innovazione non aspetta nessuno. Non serve avere il titolo giusto per iniziare. Non serve somigliare a chi c’era prima. E, soprattutto, non serve chiedere permesso per entrare in un mondo che sembra non averti previsto.
La tecnologia non è un club esclusivo. È un campo aperto, pieno di porte. Alcune spalancate, altre cigolanti, altre ancora chiuse, almeno fino a quando non ci provi una seconda volta. Io ci ho provato. E ci sono riuscita. Non solo grazie alla dedizione, alla perseveranza, alla curiosità, ma anche grazie a chi ha creduto in me: persone che hanno visto in una ragazza senza esperienza il potenziale, e mi hanno aperto la porta. Sarò per sempre grata a loro, e a quell’azienda che ha avuto il coraggio di scommettere su di me.
Continuerò a costruire, a provare, a entrare anche dove sembra impossibile. Perché il futuro non premia chi segue la strada giusta, ma chi ha la volontà giusta. E io ho deciso: la mia strada la costruirò un pezzo alla volta. Senza permesso.










