Intro
Stanno circolando, sempre più spesso, classifiche generate da applicazioni come Favikon, che pretendono di elencare i “maggiori esperti” di settori altamente tecnici e in continua evoluzione come la Blockchain, il FinTech, la Cybersecurity o l’Intelligenza Artificiale. Apparentemente innocue o persino utili, queste classifiche, in realtà, si basano su criteri puramente quantitativi e superficiali: numero di follower su LinkedIn, frequenza dei post pubblicati, quantità di interazioni, engagement rate, visibilità mediatica.
Tutti parametri facilmente manipolabili, e comunque insufficienti a rappresentare la reale autorevolezza di un professionista.
Infatti, basta un’analisi anche solo superficiale per capire che l’autorevolezza non si misura a colpi di “like” o con i post sponsorizzati. Molti influencer o cosiddetti “top voice” non hanno mai costituito una startup, gestito un team, affrontato una due diligence, depositato un brevetto, lavorato a un white paper tecnico, sviluppato un sistema informatico, portato a termine un grande progetto innovativo o parlato in un convegno tematico su Blockchain, FinTech, Equity Crowdfunding, Startup Innovative, Cybersecurity o Intelligenza Artificiale. Alcuni non sanno nemmeno spiegare, in modo corretto, cosa sia davvero uno smart contract o un security token. Ma sui social, pubblicano post motivazionali, frasi ad effetto, o si cimentano in previsioni roboanti (spesso sbagliate), con uno storytelling che serve più a vendersi che a condividere contenuti di valore.
Avere migliaia di contatti, magari ottenuti in mesi di richieste compulsive di collegamento, oppure acquistati da piattaforme che vendono pacchetti di follower “premium” e pubblicare ogni giorno post infarciti di opinioni e hashtag non rende automaticamente una persona competente o affidabile. È un effetto ottico. Potrebbe essere tutta teoria, senza alcuna pratica reale. Una rappresentazione estetica del nulla. Ma questo, Favikon, come qualsiasi algoritmo AI attualmente in circolazione, non è ancora in grado di coglierlo. Non distingue il pensiero originale dalla ripetizione, il contributo autentico dalla chiacchiera vuota.

E così, anche le “macchine” iniziano a commettere errori. Anzi, li amplificano, perché attribuiscono punteggi e titoli a chi padroneggia il linguaggio dei social, non necessariamente quello della competenza.
Viviamo in un mondo che corre a una velocità vertiginosa, soprattutto sui social, dove chiunque può apparire, raccontare, insegnare, prevedere… bastano una connessione e un po’ di carisma digitale. Ma dietro molti profili “guru-style” si cela il vuoto dell’esperienza.
Ci sono “esperti di startup” che non hanno mai lanciato una società. “Advisor di raccolta capitali” che non hanno mai chiuso un round. “Esperti di blockchain” che non hanno mai letto un white paper tecnico. “FinTech evangelist” che ignorano le basi delle normative ESMA o MiCA. Eppure, i loro post vengono rilanciati, applauditi, commentati. Come se l’eco fosse più importante del contenuto. Come se la “percezione” avesse definitivamente vinto sulla “realtà”.
Il risultato? Aumentano le sparate, le previsioni azzardate, i “guru del web” e ora anche l’intelligenza artificiale sembra voler “dire la sua”. Sulla base dei dati a disposizione, certo, ma senza alcuna capacità di distinguere chi ha vissuto davvero certi processi da chi ne parla in modo derivato, magari copiando e incollando contenuti anglosassoni.
Eppure, la differenza resta sempre una sola: la realtà. Quella fatta di sostanza, di reputazione costruita sul campo, di serietà nei confronti di clienti, collaboratori e progetti. Qualità che non si improvvisano, che non si “ottimizzano” con le tecniche SEO, e che non si simulano con l’intelligenza artificiale. Si dimostrano.
Un vero esperto è chi ha saputo creare, gestire, fallire, imparare, ripartire. Chi ha visto la differenza tra un’idea valida e una moda passeggera. Chi ha partecipato a tavoli imprenditoriali, ha contribuito a migliorare o approvare normative, ha costruito infrastrutture, creato programmi informatici, sviluppato tecnologia blockchain e sistemi di cybersicurezza, ha lanciato innovativi strumenti finanziari, creato ecosistemi di settore, ha generato impatto nel tessuto economico reale. Chi ha investito in startup e PMI non solo per fare “branding personale”, ma perché ci credeva. Perché ha capito, prima di altri, che innovazione e responsabilità devono camminare insieme.
La reputazione, oggi più che mai, è il vero asset competitivo. Ma non quella finta, fatta di medagliette auto-attribuite o di inviti tra amici a “fare endorsement”. Parlo della reputazione che ti apre le porte nei board, nelle commissioni, nei grandi progetti, perché chi ti chiama sa cosa hai fatto. E cosa sei in grado di fare. Non perché lo hai scritto nel profilo, ma perché hai una storia da raccontare, fatta di numeri, risultati, testimonianze.
Il resto? È solo roba da fuffaguru. Una categoria in crescita esponenziale, alimentata da una certa cultura dell’apparire che premia l’autocelebrazione e penalizza la profondità.
Ma c’è una buona notizia: in ogni settore, alla lunga, chi ha solo parole si ferma. Chi ha esperienza continua. Perché la sostanza, anche se rallentata da algoritmi sbagliati, alla fine emerge. E chi ha costruito davvero sarà riconosciuto. Magari con meno like digitali, ma con più valore umano, professionale ed economico.
Termino con un esempio. Recentemente la presidente di un importante ente nazionale, mi chiede di poterla aiutare a raggiungere un ministro. Attendo strategicamente la “quiete domenicale” e poi mando tale richiesta via whatsapp al ministro, tempo 2 minuti mi risponde (ribadisco, di domenica) e ringraziandomi mi indica un responsabile del ministero che potrebbe prendere appuntamento con la mia amica presidente. Dunque scrivo subito anche a lui, che mi risponde nel giro di pochi minuti. Soddisfatto invio gli screenshot alla mia amica, che oltre a rimanere piacevolmente basita dalla velocità mi scrive: “Grazie davvero Augusto e complimenti per il tuo ETHOS! È grazie alla tua autorevolezza e alla tua credibilità che riesci a raggiungere risultati così importanti.”
“Ethos” è un termine di origine greca che indica il carattere, l’autorità morale o la credibilità di una persona. Viene spesso utilizzato in retorica per descrivere uno dei tre pilastri dell’arte della persuasione (insieme a logos e pathos):
• Ethos: l’autorevolezza e la fiducia che il relatore riesce a trasmettere al pubblico.
• Logos: la logica e la coerenza degli argomenti.
• Pathos: la capacità di suscitare emozioni.
In pratica, ethos è ciò che rende qualcuno degno di essere ascoltato, perché percepito come competente, integro e affidabile.
È tempo di rimettere al centro la vera esperienza, la competenza concreta e il merito reale. Presto sarà indispensabile distinguere con chiarezza chi costruisce e si impegna a generare valore autentico, da chi si limita a raccontarlo.











