L’ inferno esiste solo per chi ne ha paura.
L’ Intelligenza Artificiale non è Disneyland ma può allargare il mondo. Verso l’ IA-manager.
L’avanzamento dell’Intelligenza Artificiale e dell’innovazione digitale sta trasformando il panorama lavorativo e la vita quotidiana dei cittadini in modi precedentemente inimmaginabili. Queste tecnologie promettono di migliorare l’efficienza, l’accessibilità e la personalizzazione dei servizi, offrendo opportunità significative sia per i lavoratori che per i cittadini. Nonostante queste potenzialità, l’adozione dell’AI e dell’innovazione digitale solleva anche questioni etiche e sfide, come la privacy dei dati, la sicurezza informatica e l’impatto sul mercato del lavoro…
Stop. Fermiamoci un attimo. Come possiamo definire l’incipit di questo articolo? Impeccabile, direi. Completo, chiaro, proteso verso l’analisi e il senso critico.
Però manca qualcosa: l’anima. Non a caso è scritto da ChatGPT 4, un robot molto amico e premuroso che per 24 dollari al mese ti regala una sempre più pronta, completa e rapida efficienza operativa. Manca l’anima, ma anche quella si può costruire in laboratorio. O simulare. Il “prompt” da sottoporre a ChatGPT 4 può arrivare fino alla richiesta di analizzare il pdf che contiene un romanzo, ad esempio l’ultimo Premio Strega, o anche l’opera di uno sconosciuto, e in pochi secondi l’applicazione legge le centinaia di pagine di testo e rilascia una descrizione o una recensione, a seconda di ciò che gli hai chiesto, con il numero di battute, lo stile e la lingua desiderati.
L’intelligenza generativa, si sa, è fondata sull’elaborazione di enormi quantità di testo per apprendere come rispondere in modo coerente e pertinente alle richieste degli utenti. Ma è evidente che siamo già molto oltre la semplice elaborazione di contenuti definiti: se infatti con questi è possibile fornire informazioni su materiali noti – il romanzo premiato – nel momento in cui l’IA sa esprimere giudizi e persino suggerire e trasferire emozioni su un’opera inedita, vuol dire che siamo entrati in un nuovo mondo. E’ una dimensione dove gli uomini non solo “parlano con le macchine”, ma interloquiscono con degli assistenti che sono loro competitori anche sul piano della creatività e dell’originalità. Le tecniche di deep learning adoperate, infatti, mirano a generare risposte imitando non solo il modo in cui le persone scrivono e parlano, ma anche quello in cui gli uomini pensano e immaginano.
Il vero obiettivo è un modello conversazionale molto avanzato, ormai comune a tutte le principali piattaforme, perché la macchina sembra aver appreso ciò che non sempre è chiaro all’uomo, cioè che si impara solo sbagliando e per approssimazioni successive. Il segreto è tutto qui. In questa abilità – essere “umile” per poter nel tempo superare ogni limite – si annidano sia le potenzialità sia i presunti pericoli dell’IA. Potrà sfuggire al controllo dell’uomo solo nel senso che saprà fare ciò che al suo creatore è da sempre consigliato dalla religione e dall’etica ma sostanzialmente inibito, cioè imparare continuamente dai suoi errori in una proiezione potenzialmente infinita. Tale evoluzione è talmente rapida da indurre tutti i grandi player del digitale ad una rincorsa forsennata a superarsi. Negli ultimi mesi, difficile persino fissare i nomi: accanto a ChatGPT 4 di Open AI – ed è in arrivo il 5 – hanno velocemente fatto irruzione Gemini di Google (ex Bard), che negli Stati Uniti è già incorporata su IOS in tutti i prodotti della grande G mentre su Android è accessibile con una apposita app, e Copilot di Microsoft, già oggi molto performante anche da noi, perché ad esempio capace, senza accedere ad altre app, di creare immagini in base a semplici indicazioni testuali. Anche se gli esperti vedono in pole position Google: non appena Gemini sarà accessibile direttamente sulla barra degli indirizzi di Chrome o dalla posta di Gmail sbaraglierà i concorrenti sul terreno sempre vincente dell’ usability.
Padre Paolo Benanti, il frate francescano consigliere del Papa e presidente del Comitato per l’Intelligenza Artificiale, dice che l’IA mostra semplicemente che la rivoluzione industriale non è mai davvero finita. E aggiunge:
“Quando, 60mila anni fa, l’uomo impugnò la clava, questa poteva essere un utensile o un’arma. Lo stesso vale per ogni altro strumento”.
La chiave giusta è quindi nell’uso di questo potentissimo mezzo di interpretazione delle vicende umane secondo criteri etici.
“Algoretica” è infatti il termine che ormai caratterizza questa corrente di studi e fa da riferimento per vari corsi di formazione superiore nelle università pontificie.
Prendiamo la pubblica amministrazione. In questo settore, il perno delle politiche pubbliche dovrebbe essere la cultura del servizio e del risultato. In altre parole, solo la soddisfazione dell’utente dovrebbe dare la cifra della loro efficacia, in riferimento esplicito all’articolo 97 della Costituzione che mette al centro “il buon andamento e l’imparzialità”. Ma nella pa italiana la citizen satisfaction resta un fatto occasionale, legato all’estro innovativo e al senso pubblico di singole amministrazioni che avviano il circuito virtuoso CSR – Carte dei Servizi/Standard di Servizio/Rilevazione del feedback dei cittadini – a fini di ri-orientamento migliorativo delle prestazioni pubbliche. Ciò è dovuto all’impostazione centralistico-verticistica dell’Amministrazione, derivazione della cultura napoleonica che vede lo Stato centrale sovraordinato rispetto al cittadino. Le nuove tecnologie, da almeno due decenni, si sono dimostrate in grado di invertire la rotta. Non solo perché permettono una molto più efficace gestione del servizio, ma anche perché dischiudono la strada, attraverso i social media, alla valutabilità e al dialogo a due vie e in tempo reale con il cittadino, e perché rendono possibile la partecipazione attiva mediante le chat e le piattaforme di consultazione pubblica. L’open government – punto di incontro di trasparenza, partecipazione e accountability finalizzati alla qualità del servizio – è quindi oggi una possibilità reale, le cui sperimentazioni sono ormai solide e consolidate.
E siamo ormai di fronte a numeri imponenti non solo nell’uso dei social – in Italia 43 milioni di utenti attivi i ma anche nel campo dell’utilizzazione dei servizi digitali.

Bene, in un quadro già molto più evoluto di quanto si pensi, si inserisce un ampio caleidoscopio di nuove applicazioni dell’IA: nel campo sanitario, scolastico, legale e giudiziario.
Nel campo sanitario, per esempio, gli algoritmi sono utilizzati per diagnosticare malattie con precisione e velocità superiori a quelle umane, migliorando così i risultati per i pazienti e ottimizzando i carichi di lavoro dei professionisti del settore. Nell’istruzione, sistemi personalizzati possono adattarsi alle esigenze di apprendimento individuali, rendendo l’educazione più accessibile e efficace per studenti di ogni età. Formez PA, nel progetto FAST per i piccoli comuni, sta sperimentando usi avanzati dell’IA per facilitare e velocizzare atti amministrativi, con grande interesse da parte degli impiegati degli enti locali. Il panorama è vario e in movimento, come racconta Francesco Giorgino in una puntata della sua trasmissione “XXI Secolo” . Stesso discorso vale per il Metaverso, il luogo virtuale dove diverse amministrazioni stanno avviando esperienze di reale utilità pubblica (ne parla il presidente di PAsocial Francesco Di Costanzo in “Pubblica”, la docuserie sul digitale nella PA). Grandi opportunità, insomma, prima ed oltre i pericoli di invasioni di campo delle macchine in attività umane. Del resto, anche nell’ambito legislativo vi sono lavori in corso: la riforma della legge 150/2000 sulla comunicazione pubblica, la molto gettonata “legge 151”, darà un volto digitale alle professionalità richieste dalla PA italiana.
Lo stesso vale per il mondo del lavoro. Come è accaduto per le professioni del digitale, se è vero che alcuni lavori manuali e ripetitivi tenderanno sempre più ad essere sostituibili, si aprono spazi enormi per competenze fino a ieri impensabili, relative alla gestione, lo sviluppo e la supervisione delle tecnologie digitali.
Il social media manager degli anni 10 e 20 del nuovo secolo è già oggi affiancato dall’ IA-manager, una sorta di “regista” della tecnologia di IA generativa da gestire con un mindset umanistico. Questa nuova figura è chiamata non solo e non tanto a padroneggiare la tecnica delle piattaforme di IA ma a indirizzarle verso azioni utili al ricevente, sia esso un cliente di un’impresa privata o un cittadino-utente. L’innovazione digitale, infatti, può rendere immensamente più agevole e risolutivo l’accesso a servizi più disponibili e personalizzati. Certo, l’IA-manager dovrà anche vigilare su usi inquietanti dei nuovi strumenti tecnologici, che nell’ambito della tecnologia predittiva disegnano scenari distopici che Hollywood preconizzò nel film “Minority Report”. Scrive il giornalista e massmediologo Michele Mezza:
“Leggo nelle pagine sportive di Repubblica che da almeno 2 anni è in funzione allo stadio Olimpico di Roma un sistema di riconoscimento facciale gestito da una società italiana. Il sistema scannerizza le facce di chi entra e le collega al biglietto nominativo in modo di avere un controllo sia sulle identità ma soprattutto, tramite un software che decifra le caratteristiche del soggetto, anche una certa predisposizione alla trasgressione. Un terreno quanto mai scivoloso su cui avevo capito che le norme europee fossero molto esplicite nel vietarne l’uso se non per particolari motivazioni e sempre e solo direttamente dalle autorità di polizia. Inoltre, non è dato sapere quei dati dove vadano e chi ne ha il controllo e l’uso. Sarebbe bene che il Garante della Privacy ci facesse sapere qualcosa se ha già le risposte, e in caso contrario, ponga lui le domande”.
La preoccupazione di Mezza è legittima. Gli algoritmi predittivi, utilizzati per prevedere comportamenti o risultati futuri, possono basarsi su dati storici che perpetuano pregiudizi esistenti, portando a decisioni ingiuste e discriminazione, specialmente in settori sensibili come la giustizia penale, l’occupazione e il credito. Importante la chiave di lettura fornita dal presidente del Formez Giovanni Anastasi:
“La differenza fra l’informatica tradizionale e l’intelligenza artificiale è che quest’ultima crea dubbi. Ecco perché penso che la sfida non sia tecnologica ma sia riferita alla capacità di scelta. Il manager del futuro dovrà essere capace soprattutto di decision making”.
Sperimentare. Applicare. Controllare. In questi tre verbi, non certo nuovi, c’è la via per governare un fenomeno nuovissimo, destinato a cambiare i connotati della nostra vita sociale e lavorativa. “L’inferno esiste solo per chi ne ha paura”, cantava Fabrizio De Andrè. Nel 1876 l’ingegnere capo delle Poste britanniche, sir William Preece, proclamò: “Gli americani hanno bisogno del telefono. Noi no. Abbiamo fattorini in abbondanza”. Non fu un’affermazione memorabile, se per i suoi effetti vagamente comici. Possiamo dire che di un ICT allarmistico e impaurito, inteso magari come acronimo de “Il Catastrofismo Tecnologico”, proprio non si sente il bisogno. Dall’ IA bisogna rapidamente dirigersi verso l’IE, l’intelligenza etica.
Un argine a diffusione di fake news, conformismo e uso eccessivo della tecnologia predittiva. La distinzione fra ciò che è vero e ciò che è falso, o conforme all’interesse del potere, o semplicemente presunto, resta peculiarità assoluta della persona umana. Non basta che Google e Microsoft insegnino a Gemini e Copilot a rifiutare di darci spiegazioni che giustifichino il razzismo, la violenza o il sessismo. Serve l’impegno collettivo per rendere le splendide performance creative della macchina sempre e solo punto di partenza per l’intervento critico della persona.
Sergio Talamo










