Viviamo in un’epoca in cui le tecnologie digitali hanno permeato ogni aspetto della nostra società, trasformando radicalmente il modo in cui ci connettiamo, comunichiamo e consumiamo informazioni. Una delle innovazioni che più di tutte ha trasformato le nostre abitudini e modalità di interazione negli ultimi 20 anni è di certo rappresentata dai social media.
Basti pensare che gli ultimi dati condivisi da We Are Social e Meltwater nel loro report annuale Digital 2023 parlano di 4.76 miliardi di utenti social attivi nel mondo (59.4% della popolazione) e di un tempo medio giornaliero speso sui social media pari a 2 ore e 31 minuti per persone, tra i 18-64 anni con una connessione ad internet.
E se ancora non fossimo convinti del ruolo centrale che ricoprono oggi queste piattaforme, basterebbe dare un’occhiata alla classifica delle 10 app più scaricate (figura 1) per comprendere quanto questi giganti del tech ricoprano un ruolo centrale nella società di oggi.
Tuttavia, il rapporto con i social media non è di certo idilliaco. Maggiore è il peso di queste piattaforme, più frequenti sono le critiche che puntualmente piovono sulla testa dei founder e dei dirigenti delle big tech. Infatti, a dispetto del considerevole tempo speso da ciascuno di noi sui social network, questi luoghi digitali non si possono certo considerare privi di rischi o criticità. La violazione della privacy, la disinformazione e il controllo concentrato nelle mani di poche grandi aziende tecnologiche, sono problemi ben noti ai quali risulta sempre più imperativo trovare una soluzione strutturale. In questo contesto, concetti di distribuzione e decentralizzazione – spesso associati al mondo blockchain – sono sempre più frequentemente citati come elementi in grado di ridefinire i social media così come li conosciamo oggi. Ma è davvero così? Cerchiamo di capirlo insieme analizzando alcuni esempi concreti di aziende e progetti che hanno abbracciato questi concetti.
Il più grande e conosciuto tra i social network decentralizzati si chiama Mastodon. All’apparenza si presenta come una piattaforma di microblogging molto simile ad X (o Twitter, per i più nostalgici), ma in sostanza è una piattaforma del tutto diversa dai principali social network a cui siamo abituati.
Mastodonsi contraddistingue per:
- un modello di business privo di pubblicità e algoritmi di raccomandazione;
- un’architettura decentralizzata che garantisce il controllo di dati e contenuti agli utenti;
- un paradigma che viene definito comunitario.
Questa piattaforma consente a diverse comunità digitali, collocate su server sparsi nel mondo di connettersi tra loro, garantendo al contempo a ciascuna istanza (server) – ognuna con i propri argomenti e caratteristiche – di mantenere la propria autonomia in termini di governance e moderazione. In questo senso la piattaforma si propone come una vera e propria alternativa decentralizzata ai social media tradizionali con l’obiettivo dichiarato “di restituire il controllo della distribuzione dei contenuti alle persone evitando l’inserimento di utenti e post sponsorizzati nei feed”. (Mastodon)
Insieme ad altre piattaforme, Mastodonfa parte del Fediverso, ovvero un gruppo di server federati che vengono utilizzati per la pubblicazione sul web e per l’hosting di file.
Ad oggi, il Fediversoconta circa 13 milioni di iscritti nel mondo, distribuiti su più di 22 mila server (Fediverse Observer) e si preannuncia in rapida espansione, anche grazie al recente lancio di Threads – l’app di Meta che, tra le altre cose, ha annunciato ai propri iscritti l’intenzione di far presto parte del Fediverso, introducendo così milioni di persone a questa nuova visione di social media. Per semplificare, da un punto di vista pratico il Fediversofunziona in modo simile alle e-mail.
Ogni utente ha facoltà di creare la propria identità presso uno dei tanti server disponibili (un po’ come quando scegliamo di registrarci su Gmail o Outlook) per poi comunicare facilmente con altri utenti registrati presso lo stesso o altri server. Ciò avviene grazie al fatto che i software in esecuzione sulle istanze supportano uno o più protocolli di comunicazione open-source, come ActivityPub. (fediverso.info).
Tra i protocolli più adottati troviamo appunto ActivityPub – usato dalla stessa Mastodon – il cui compito è sia di consentire una comunicazione server-to-server tra le varie istanze che compongono la federazione, sia di offrire un’interfaccia client-to-server per permettere l’interazione tra gli utenti. Mastodonnon è l’unico social ad aver adottato questo protocollo. Possiamo infatti trovare altri servizi di social network come Pixelfed(simile ad Instagram) e PeerTube (simile al più noto YouTube).
Tra le piattaforma in grado di interoperare con network legati ad ActivityPub troviamo anche Minds. Quest’ultima si distingue per il fatto di consentire ai propri utenti di guadagnare token (chiamati, appunto, MINDS) grazie alla creazione e condivisione di contenuti di valore con la community. Un tema fondamentale per il funzionamento e la sussistenza della cosiddetta Creator Economy. (Buzzoole)
Prima di concludere questa breve analisi dei più noti ed interessati social network decentralizzati, vale certamente la pena nominare anche BlueSky.
E’ un progetto nato per volontà di Jack Dorsey (fondatore di Twitter) e basato su AT Protocol – un protocollo federato costruito dalla stessa Bluesky – per offrire una maggiore portabilità degli account. (AT Protocol)
Attualmente la piattaforma vanta circa 2 milioni di utenti (Wired) nonostante sia disponibile su iOS e Android solo da aprile 2023 e che per il suo accesso per accedervi sia tuttora richiesto un invito da parte di uno dei membri già attivi.
Se è vero che esistono davvero così tanti servizi innovativi su questo fronte, una domanda potrebbe a questo punto sorgere spontanea: come mai se ne sente parlare così poco?
Personalmente, credo che le ragioni siano molteplici e che l’adozione su larga scala di queste nuove tecnologie non sia priva di sfide. L’attuale maturità di tali progetti, combinata alla loro complessità tecnica e alla naturale resistenza al cambiamento di piattaforme leader e utenti medi, impone aspettative moderate riguardo la loro diffusione. Inoltre, sono ancora molti i dubbi che la nostra società si pone rispetto al tema della disinformazione e della gestione di contenuti sensibili, che trovano facile spazio in social network decentralizzati e spesso privi di complessi meccanismi di content moderation.
D’altrocanto, ciò non rende queste iniziative meno interessanti o promettenti e il grande interesse dimostrato da Zuckerberg e Dorsey per questo tipo di innovazione può forse bastare a farci capire quanto la decentralizzazione possa, con buona probabilità, rappresentare uno dei punti cardine della prossima era dei social media.
Qualunque sia l’opinione personale che ciascuno di noi può avere riguardo a questi singoli progetti, mi piace pensare che la loro bellezza stia proprio nella loro diversità e nel fatto che siano tutti, o quasi, molto recenti e in piena fase di sperimentazione. Le ambizioni di chi lavora a queste reti e protocolli sono notevoli, così come gli impatti che potrebbero potenzialmente portare al modo in cui interagiamo, ci informiamo e condividiamo informazioni online. Saremo pronti ad abbracciare questo cambiamento?
Nicola Zanata











