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Introduzione all’ identità decentralizzata su blockchain

Dott. Manuel De LuzibyDott. Manuel De Luzi
18 Ottobre 2023
in Applicazioni reali, Educational
Reading Time: 10 mins read
A A
Index
  1. L’identità digitale nel web2
  2. L’identità decentralizzata
    1. La blockchain come tecnologia abilitante 
    2. L’identifier: il collante dell’identità digitale
  3. La self-sovereign identity
  4. Quali gli scenari?

L’identità digitale nel web2

L’identità è l’insieme di informazioni che contribuiscono a discriminare un individuo all’interno di una pluralità, il condensato informativo che è possibile attribuirgli, e che contribuisce a definirne la sua unicità. L’identità è un concetto astratto, ma nella vita di tutti giorni diventa un qualcosa di estremamente concreto.

Il fatto che io ho gli occhi castani, sono alto un metro e settantuno, sono nato a Roma, amo scattare foto e leggere libri di fantascienza sono alcune manciate di informazioni che contribuiscono a separarmi dalla pluralità di persone per cui tale condizioni non sono valide, e lo spazio negativo che si crea tra me e gli altri sarà tanto più vasto quante più condizioni aggiungerò.

Nel corso dei millenni, l’identità dell’essere umano non è mai fuoriuscita dal dominio del reale: fino a che l’uomo non si è proiettato in un etere chiamato realtà virtuale.
Tutti noi ci siamo ritrovati ad esser parte della rivoluzione digitale dell’internet, in maniera sempre più viscerale col progressivo – e pervasivo – evolversi delle possibilità tecnologiche, fino a che il virtuale non ha finito per rimpiazzare il fisico in sempre più aspetti della nostra vita quotidiana.

Persi quindi nell’oceano del world wide web, ci siamo spostati di isola in isola, spargendo le nostre orme lungo il percorso. In un mondo che è diventato sempre più digitale, l’identità dell’uomo si è convertita nell’insieme di tutte queste tracce. Ma questo insieme non è mai giunto a vera unione, per due ragioni principali:

  • l’identità non è veramente nostra, ma delle piattaforme che utilizziamo – social in primis;
  • è tragicamente frammentata tra tutte queste diverse destinazioni virtuali.

Le ragioni sono innanzitutto tecnologiche, e intrinseche nel modello centralizzato del web2, in cui il dato vive nei server di chi controlla le piattaforme – dominate dai giganti del Big Tech – e  secondo le loro specifiche regole. 

Questo significa che i nostri profili – per intenderci i nostri account personali – vivono in silos separati e per questo raccontano ogni volta una storia diversa su chi siamo e cosa abbiamo fatto:

  • Spotify conoscerà i tuoi gusti musicali da pendolare;
  • Amazon sa che ti piace cantare Bob Marley sotto la doccia;
  • Su Subito invece sei un appassionato di accessori per fotocamere;
  • Etsy conosce il tuo lato da collezionista – o forse quello del tuo partner?

La tragedia pirandelliana di Vitangelo Moscarda torna alla scena: siamo tanti piccoli pezzi di un puzzle dalle forme incompatibili, incapaci di raccontare una storia unitaria, persi in una moltitudine di credenziali, disorientati di fronte all’ennesimo log-in, boccheggianti nel mare della password fatigue. 

Ma non è tutto. 

Nel mondo del web2, l’individuo frammentato diventa anche soggetto passivo.
Negli ultimi due decenni internet è improvvisamente diventato accessibile a tutti, ma al costo di lasciarci controllare da chi ha favorito tale accessibilità. 

In questo sistema, la fiducia diventa un requisito imprescindibile: devo fidarmi che chi custodisce i miei frammenti di identità lo faccia nel mio assoluto interesse. Ma nel momento in cui terze parti sono disposte a pagare per queste informazioni, l’equilibrio degli incentivi viene a rompersi, in modo che gli scandali – vedesi Cambridge Analytica – corrispondono solo alla naturale dinamica di un sistema costruito male sin dall’inizio. 

Ma esiste un’uscita di scena più felice? Sì, e si chiama identità decentralizzata: in questo articolo la spiegheremo nei suoi elementi fondamentali, e capiremo come la blockchain ha tutte le carte in regola per rappresentare l’infrastruttura tecnologica dell’internet che verrà.

L’identità decentralizzata

Quello di identità decentralizzata è un concetto astratto e che vede alla sua base l’idea che il dato relativo a una persona sia sottratto al controllo di un intermediario centrale. Più in generale, il file rouge che lega assieme il tessuto del web3, inteso com internet del futuro, è quello di decentralizzazione tanto nella custodia del dato quanto nel suo utilizzo.
L’obiettivo è la riconciliazione dell’insieme delle tracce digitali dell’utente, le quali convergono a creare un profilo utente unico e valido lungo tutto il dominio dell’esperienza digitale, restituito al controllo assoluto – quindi decentralizzato – dell’entità stessa che ha generato e vissuto quell’esperienza.

La blockchain come tecnologia abilitante 

Questa è l’idea, ma l’implementazione pratica richiede la tecnologia giusta e in particolare che il dato non sia conservato sul server di un’azienda o di un ente governativo, bensì assicurato su un database distribuito, di cui la blockchain rappresenta l’implementazione più comune.  

Qualsiasi cosa venga scritta su blockchain ne eredita le condizioni di sicurezza. In un certo senso, è come incidere qualcosa su un blocco di marmo, o comunque di un materiale difficilmente scalfibile. Nel caso della blockchain, a garantire la ragionevole immutabilità e validità dell’informazione non sono delle proprietà fisiche, ma complicati sistemi che combinano crittografia con incentivi economici.

Questo assicura che una volta scritta su blockchain, l’informazione diventa di fatto la source of truth (fonte di verità) e mi verrà sempre resa così come originariamente scritta, immutata. Questo perché su blockchain l’informazione è gestita da un protocollo completamente trustless (letteralmente, privo di fiducia): non esiste un singolo custode dell’informazione che potrebbe decidere di modificarla o censurarla a proprio piacimento. 

Questa fonte di verità assoluta è un prerequisito essenziale per creare un sistema di identità decentralizzata.

L’identifier: il collante dell’identità digitale

Stabilito nella blockchain, il luogo sicuro in cui conservare il dato, è necessario creare l’entità virtuale vera e propria. L’ingrediente necessario è l’identifier, ovvero quell’elemento che consente di disambiguare il groviglio di dati e riconnetterli tra loro in una mappa di entità distinte, gli “abitanti” del mondo virtuale che ne risulta.

L’identifier può essere rappresentato da un codice – una sequenza alfanumerica di numeri o una stringa di testo – più o meno leggibile e interpretabile: l’importante è che sia in grado di isolare in maniera univoca un’entità virtuale all’interno dell’ecosistema in cui esso vive. 

Nel caso di Ethereum,l’account è lo strumento che assolve tale compito. Ogni account su Ethereum è interpretabile come una scatola, contenente l’insieme di asset digitali che contribuisce a descrivere l’entità: ognuno di essi ne è un attributo, in maniera simile ai descrittori di cui vi parlavo all’inizio (occhi chiari, passione per la fotografia, e così via). 

Utilizzando l’indirizzo associato a un account è possibile puntare all’insieme di tutti gli attributi dell’account, conservati in una versione standardizzata. Questo significa che essi sono utilizzabili non solo sull’applicazione particolare in cui sono stati originariamente generati, ma su qualsiasi altra applicazione che ne riconosce lo standard.

Questa standardizzazione è fondamentale, perché consentirebbe di far valere i propri attributi verso tutto l’universo di applicazioni compatibili,  in maniera simile a quanto avviene in parte già oggi grazie ai sistemi single sign-on di Google e Facebook, in modo che qualsiasi servizio su internet sia alla portata di un semplice click. 

C’è però una piccola, enorme differenza: in questo caso non siamo obbligati a cedere a nessun intermediario i nostri dati. Ogni asset digitale è di pertinenza del proprietario dell’account, sotto il controllo diretto di chi ne detiene la chiave privata. 

Il controllo è proprio la differenza dirimente rispetto ai vecchi sistemi di identità digitale, in cui gli identifiers sono emessi e gestiti da entità centrali, manipolabili e utilizzabili arbitrariamente da entità governative, operatori della telefonia o piattaforme social.

In un’infrastruttura a chiave pubblica come quella di Ethereum l’identità diventa auto-sovrana.

La self-sovereign identity

Nel web3 torniamo a essere sovrani del nostro dato. Ogni asset digitale può essere ‘sbloccato’ esclusivamente col nostro consenso. Vi invito a riflettere sulla portata di questa affermazione. Diventa possibile, finalmente, possedere un alter ego virtuale, una versione che sia testimone del nostro vissuto online: ciò che abbiamo fatto, ciò che abbiamo ricevuto, ciò che abbiamo conseguito. 

Il nostro alter ego accumulerà nel tempo una vera e propria reputazione, in grado di essere spesa a piacimento in tutti i vari mondi del web3: le isole digitali si uniranno a formare dei continenti e noi potremo esplorarli in lungo e in largo col nostro bagaglio reputazionale, intatto e finalmente riconciliato. 

Più concretamente, riferendoci al caso di persone fisiche, la self-sovereign identity (SSI) consente di utilizzare le proprie informazioni personali in maniera selettiva, dal momento che ognuna è rappresentata da un differente certificato digitale. 

Ogni certificatorappresenta un attributo della self-sovereign identity: la patente di guida, la partecipazione a un evento, l’acquisto di un biglietto, il superamento di un esame. 

Ciascuno di questi attributi proviene da un’attestazione originaria di verità. Ad esempio, è il ministero dei trasporti, per il tramite degli uffici di motorizzazione, che ha attestato la tua idoneità alla guida. Grazie alla blockchain, è possibile “cristallizzare” questa dichiarazione di idoneità, con meccanismi crittografici che ne continuano a testimoniare nel tempo l’autenticità: è il concetto di Verifiable Credential. 

Ragionando a più ampio respiro, si potrebbe ipotizzare la creazione di sistemi reputazionali, in cui l’identità digitale viene a formarsi organicamente con i comportamenti di navigazione online, grazie all’accumularsi di asset digitali – che siano soulbound token, NFT, o altri standard – in grado di registrare un flusso di avvenimenti, come lo storico delle canzoni che ascoltiamo, le cose che compriamo, i film che amiamo, e tutte le altre tracce digitali, questa volta non più esposte ai rischi di una custodia centralizzata.

Queste informazioni sarebbero riorganizzate all’interno dei portafogli digitali e diventerebbero degli asset pronti all’uso, utilizzabili in futuro col consenso esclusivo dell’entità proprietaria dell’ identifer decentralizzato.

Il cerchio della decentralizzazione è così chiuso: è questo l’internet del futuro, il web3  di cui si parla così tanto.


Figura 1: Una semplice rappresentazione schematica di identità digitale su blockchain.
L’identità è l’insieme di asset digitali che l’utente detiene in tutti i suoi account, e che sono controllati attraverso il proprio digital wallet. Lo schema si ripeterebbe per ogni wallet che l’utente controlla.

Quali gli scenari?

Immaginiamoci gli scenari futuri: cosa succederebbe se la blockchain diventasse la nuova base dell’internet? Consideriamo alcuni esempi:

  1. La data monetization non sarebbe più una chimera: nel mondo che verrà, potremmo vedere piattaforme quali YouTube o Spotify chiedere il dato a noi utenti. Queste piattaforme si convertirebbero in consumatori dei nostri dati, in un’epocale inversione dei rapporti di forza originali;

  2. Si annullerebbe il problema della data portability, proprio perché il dato non dovrà essere più spostato ma continuerà a esistere su un’unica blockchain come source of truth universale. In futuro, si potrebbero sviluppare protocolli che consentiranno di utilizzare uno stesso identifier su differenti ecosistemi blockchain, espandendo sempre più l’universo percorribile dai nostri avatar;

  3. Accedere ai servizi pubblici sarebbe sempre più immediato, in quanto sarebbero tutti potenzialmente accessibili da un’unica interfaccia, ad esempio un’applicazione desktop oppure mobile. I governi scoprirebbero nuove modalità di interazione con i cittadini, premiando alcuni comportamenti su altri, oppure attestando crittograficamente il diritto effettivo a ricevere l’erogazione di un sussidio. In generale ogni interazione con l’amministrazione pubblica sarebbe estremamente più semplice.

Aspettando che la tecnologia maturi per essere all’altezza di questa visione su blockchain, è importante sin da ora mettere la nostra fantasia al servizio dei casi d’uso e capire quali applicazioni sono testabili nel concreto già da ora, nell’ottica di promuoverne un primo utilizzo.

Tags: AIBlockchainEthereumFacebookFiduciaPoSWallet
Dott. Manuel De Luzi

Dott. Manuel De Luzi

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