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Blockchain e Impatto Sociale: Trade-Off tra tecnologia e applicazioni concrete

Dott. Flavio SantaluciabyDott. Flavio Santalucia
29 Settembre 2022
in Applicazioni reali
Reading Time: 12 mins read
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Index
  1. Introduzione
  2. Bitcoin ed il consumo energetico
  3. Blockchain per il sociale – SDGs
  4. Conclusioni

Introduzione

La Blockchain, o sarebbe meglio dire Bitcoin, emerge casualmente (ma non troppo!) nel contesto della crisi finanziaria del 2008 che porta con sé una fisiologica sfiducia di massa verso il sistema Finanziario e Monetario centralizzato che, fino a quel momento, non aveva conosciuto alternative concrete.

Di conseguenza, è facile capire come Bitcoin e la tecnologia decentralizzata sottostante che ne permette il funzionamento, abbia dato alle persone la sensazione (ma anche la percezione reale) che ci fosse un modo per creare, scambiare e conservare valore al di fuori della centralizzazione tipica degli istituti finanziari tradizionali. Quanto detto ha contribuito e contribuisce tutt’oggi a collegare quasi esclusivamente la Blockchain alle applicazioni DeFi (Decentralized Finance). 

Ma proviamo a chiederci: dove siamo arrivati in termini di impatto sociale 14 anni dopo il paper di Satoshi Nakatomo?

Bitcoin ed il consumo energetico

Innanzitutto, per parlare di blockchain ad impatto sociale occorre sfatare il mito per il quale, operativamente, la validazione in sequenza di transazioni Bitcoin abbia un consumo energetico tale per cui la sua stessa applicazione non sarebbe sostenibile.
Questa concezione è legata all’algoritmo di consenso utilizzato da Bitcoin per validare le transazioni all’interno del Network, Il Proof of Work.
Quest’ultimo consiste nell’utilizzare la potenza di calcolo dei nodi (Computer) connessi alla rete per risolvere complessi problemi matematici al fine di validare le transazioni Peer-To-Peer ed in maniera completamente decentralizzata.
Appare chiaro che più computer sono connessi e maggiore è la loro potenza di calcolo, tanto più sarà alto il dispendio di energia necessario alla validazione di un numero N di transazioni. 
In linea generale tale problema può essere bypassato attraverso l’applicazione di nuovi algoritmi di consenso non basati esclusivamente sulla capacità computazionale. Il più comune, ad esempio, è il Proof of Stake. In poche parole, la PoS si differenzia dalla PoW in quanto non richiede l’utilizzo di una mole consistente di forza computazionale, ma i blocchi di transazioni da validare vengono assegnati immediatamente ai nodi che detengono il maggiore interesse (stake) all’interno del network. L’interesse in tal senso è rappresentato dalla quantità di cryptomonete dello stesso network che il nodo detiene. Nell’esempio di Ethereum (la cui rete passerà interamente alla PoS dal 19 settembre con il così detto merge), più ETH detengo, maggiore è la possibilità che io venga scelto come nodo “validatore”. Ciò rende la PoS enormemente più scalabile e meno dispendiosa in termini di consumo energetico della PoW.

Tuttavia, va anche detto che PoS presenta, rispetto a PoW, diversi limiti in termini di sicurezza e rischi di accentrabilità del potere decisionale, rendendo quella che dovrebbe essere una tecnologia trustless nuovamente trusted. Inoltre, il problema generale del dispendio energetico di Bitcoin risiede nel fatto che, in assenza di fonti energetiche rinnovabili e sostenibili (eoliche, solari, geotermiche etc..), l’utilizzo massiccio di energia elettrica contribuisce all’inquinamento globale. Ergo, il mining di Bitcoin alimentato da fonti rinnovabili sarebbe assolutamente sostenibile nel tempo. 

Occorre però sottolineare che il tema del consumo energetico di Bitcoin è meno lineare di quanto possa sembrare: l’Università di Cambridge ha creato il CBECI (Cambridge Bitcoin Estimate Index), ossia uno strumento in grado di calcolare in tempo reale una stima del limite inferiore e di quello superiore dell’elettricità assorbita annualmente dalle operazioni di mining. Da un loro studio è emerso che il consumo energetico della rete Bitcoin sarebbe pari allo 0,25% del consumo mondiale. Appare chiaro come in termini assoluti il dispendio energetico legato a Bitcoin sia un “non-tema” in quanto rappresenta una fetta della torta davvero irrisoria.

Tuttavia, è interessante vedere come la percezione del dato sopra riportato possa cambiare in termini relativi se si tiene in considerazione che, per lo stesso studio, l’assorbimento medio costante del bitcoin sarebbe pari a 7 GW (Gigawatt), corrispondenti ad un consumo annuo di circa 64,15 terawatt di energia.
Questa cifra di consumo è superiore a quella di paesi come Svizzera e Repubblica Ceca (rispettivamente 58,46 e 62,34 terawatt). 
Quanto esposto sopra ci porta a concludere che, in termini assoluti il consumo energetico di Bitcoin rappresenta davvero una parte minima del consumo mondiale, non essendo quindi l’ago della bilancia dell’inquinamento globale. Tuttavia, in termini relativi e in prospettiva di un utilizzo sempre più su larga scala delle transazioni Bitcoin, è necessario cominciare ad impiegare energie rinnovabili anche su questo fronte se vogliamo che il consumo di energia in Bitcoin rimanga un “non-tema”.

Blockchain per il sociale – SDGs

Nel 2015 i paesi aderenti all’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) stilano un’agenda di 17 Obiettivi, da perseguire e raggiungere entro il 2030, per favorire lo sviluppo sostenibile del Pianeta; I c.d. Sustainable Development Goals (SDGs).

1 – Infografica dei 17 SDGs

Come in ogni pianificazione, una volta definiti gli obiettivi è necessario che si trovino i mezzi necessari per raggiungerli. A distanza di 7 anni dalla nascita degli SDGs, il mercato mostra sempre di più come la Blockchain sia diventata e si stia affermando come un potente mezzo nel perseguire i suddetti obiettivi.

Un overview su come la blockchain stia aiutando lo sviluppo sostenibile, lo possiamo avere attraverso i dati contenuti all’interno del database open-source di positiveblockchain.io, un’associazione senza scopo di lucro che esplora il potenziale delle tecnologie Blockchain per l’impatto sociale e ambientale attraverso il proprio database mantenuto, aggiornato e certificato da una community di volontari provenienti da tutto il mondo. La missione dell’associazione è costruire una rete di progetti blockchain-based, esperti, appassionati e altre organizzazioni che possano supportare l’intero ecosistema nel raggiungimento degli SDGs e di un futuro più sostenibile.
Attraverso i dati presenti nel database possiamo dare un overview di come a livello europeo le varie startup, corporate, organizzazioni No-Profit ecc. stiano utilizzando la Blockchain in ottica Sustainable Development Goals.

Il grafico di cui sotto, riporta la suddivisione dei 267 progetti blockchain attualmente attivi in EU, suddivisi per settore in cui operano:

In base agli utilizzi della tecnologia blockchain e delle finalità perseguite dai singoli progetti inseriti nel Database, ad ogni categoria sono stati associati dei SDGs:

Come era facile preventivare, la più alta concentrazione di applicazioni Blockchain anche in termini di impatto sociale si ha nel settore “Finance & Insurance”, tuttavia, qual è il bisogno sociale da soddisfare attraverso l’applicazione della blockchain in ambito finanziario? Come riportato da Acuant, nel 2020 ancora circa 2 miliardi di persone non avevano/hanno accesso ai più basilari servizi finanziari, come l’accesso ad un conto corrente bancario e, di conseguenza, ai circuiti di pagamento standard adottati a livello mondiale. 

Questo è principalmente dovuto a due ragioni:

  1. Costi di accesso ai servizi bancari troppo alti per determinate popolazioni nelle zone più povere del mondo e soggette ad una spirale inflazionistica sempre più alta (es. Sud America).
  2. Scarso interesse degli Istituti Finanziari tradizionali all’ onboarding di persone con poche garanzie ed economicamente “passive” in termini di capitale proprio. 

Ciò comporta la perenne esposizione di certe popolazioni nel mondo alla cosiddetta “economia sommersa” che non genera valore sostenibile né per l’individuo né per la comunità. In questo contesto la blockchain fornisce un mezzo completamente accessibile in termini di costi, globale e tracciabile per permettere a queste persone di uscire dall’ombra del circuito economico. 

Uno dei progetti più interessanti che mira a risolvere il problema del unbanked population e a contribuire al raggiungimento del SDGs N° 1 è GoodDollar, un protocollo di finanza decentralizzata che sfrutta la blockchain e gli smart contract per distribuire il cosiddetto Universal Basic Income (UBI), indipendentemente dallo status sociale, dal proprio reddito e da qualsiasi altra situazione contingente. 

The GoodDollar è fondamentalmente un ecosistema basato su due attori: i Claimer, ossia chiunque chieda di ricevere un determinato ammontare di G$ e i Supporters, individui e/o organizzazioni che supportano la causa perseguita da G$, depositando capitale sotto forma di Crypto in un protocollo blockchain: all’interno, grazie ad uno smart contract chiamato “GoodReserve”, il capitale depositato produrrà degli interessi che verranno tradotti di G$ con un rapporto 1:2.
I G$ generati dagli interessi compongono al 50% il Universal Basic Income che verrà poi distribuito tra i vari Claimers, mentre il restante 50% viene distribuito come incentivo ai supporters.

Oltre a capire in che settore stanno operando i progetti Blockchain based, è interessante capire quale sia la rete maggiormente adoperata. Il grafico riportato di seguito espone le 5 Blockchain più utilizzate nei 267 progetti di cui sopra

Salta subito all’occhio l’enorme divario in termini di applicazione di Ethereum rispetto alle altre Blockchain. Per prima cosa va detto che Ethereum è la rete più “popolare” e conosciuta al mondo dopo Bitcoin. Ovviamente, la popolarità di una Blockchain dipende dal modo in cui la si misura (N° di applicazioni, capitalizzazione di mercato della Crypto di riferimento e via discorrendo). Basti pensare, però, che per la prima volta dall’avvento di questa tecnologia, l’unica Blockchain a superare Bitcoin per numero di transazioni è stata Ethereum nel 2021. Ma allora, com’è possibile che in quanto applicazioni concrete (in ambito sociale chiaramente) ci sia un divario così grande tra Ethereum e Bitcoin?

Come spiegato all’inizio dell’articolo Bitcoin adopera l’algoritmo di consenso Proof of Work il quale rende la blockchain poco scalabile in termini di velocità/numero di transazioni al minuto. La creazione di un nuovo blocco su Bitcoin può richiedere in media 10 minuti contro i 15 secondi di Ethereum. Inoltre, quest’ultima, è stata la prima blockchain a rendere possibile l’avvento delle Dapps (Decentralized Applications), veri e propri programmi che attraverso Smart Contracts sono in grado di eseguire comandi, funzioni e transazioni in maniera del tutto autonoma, decentralizzata e sicura (di fatto mantenendo tutte le peculiarità proprie della Blockchain). Non c’è quindi da stupirsi se la maggiore flessibilità di Ethereum si traduce in un’adozione su larga scala anche per i progetti ad impatto sociale.

Tuttavia, è necessario specificare che questa graduatoria non è un’indicazione della “migliore” (o quanto meno la più efficace) Blockchain da utilizzare in materia di impatto sociale, ma si tiene conto solamente del mero numero di applicazioni di una rete rispetto ad un’altra. Per formulare delle assunzioni su quale delle singole Blockchain elencate sia maggiormente efficace per perseguire uno o più SDGs, bisognerebbe analizzare per ogni progetto del campione preso in analisi indici di redditività, quota di mercato aggredita e indici di sostenibilità specifici rispetto al SDGs di riferimento e così via.

Probabilmente è arrivato il momento di guardare anche un po’ in casa nostra è capire se in Italia ci siano esempi importanti di applicazione Blockchain ad impatto sociale. Uno dei case study (nonché realtà!) più interessanti e di maggior successo è sicuramente il caso Genuine Way.

GW è una Startup Italo-svizzera che si pone come obiettivo quello di creare un collegamento tra consumatori consapevoli e brand etici, garantendo trasparenza nella tracciabilità della filiera distributiva e contrastando la pratica sempre più diffusa del greenwashing.  A tale scopo Genuine Way ha sviluppato GEN Platform, una piattaforma pensata per permettere ai Brand di notarizzare su Blockchain il proprio impatto ambientale e sociale. Attraverso la piattaforma è possibile storicizzare i documenti aziendali legati alla supply chain e al ciclo di vita dei prodotti direttamente su Blockchain, creando trasparenza per il consumatore e responsabilizzando il brand ad attenersi a ciò che è realmente certificato senza proporre campagne marketing di mero greenwashing. Attraverso questo processo e le funzionalità della piattaforma i documenti notarizzati rimangono immutabili e sempre accessibili al consumatore che vuole essere certo della sostenibilità del prodotto che sta acquistando.

Conclusioni

Come potete vedere, sia in ambito finanziario che no, vi sono diverse applicazioni Blockchain in ambito sociale e, non va escluso, che molte ancora possano comparire nei prossimi anni. Tuttavia, è importante ricordare che la Blockchain è solo uno strumento con delle potenzialità e dei limiti (al pari di ogni altra tecnologia). Questo significa che, per quante nuove strade il suo avvento ci abbia aperto, bisogna comunque prestare attenzione nell’analisi di un progetto (in particolare in uno ad impatto sociale) alle finalità per le quali una Blockchain viene adoperata e quali problemi si vogliono superare attraverso il suo utilizzo. In passato, soprattutto all’inizio della grande bolla creata dall’entusiasmo per una nuova tecnologia, non si sono sprecati gli utilizzi del termine Blockchain nei più disparati contesti e, nella maggior parte dei casi, si è trattato solamente di puro instant marketing (come potrebbero dire gli esperti di comunicazione, non certo io!) o in casi molto più spiacevoli, delle vere è proprie truffe. Esempi noti sono quelli delle ICO (Initial Coin Offer) fraudolente, in alcuni casi anche noti come “exit scam”.

Proprio per questo motivo vorrei chiudere l’articolo con quelle che, secondo me, sono le tre domande fondamentali da porsi per capire se veramente la Blockchain può aiutarci a raggiungere l’obiettivo (sociale o meno che sia) che ci siamo posti:

  1. Esiste un problema di inclusività? –  è necessario valutare se nel settore su cui si pensa di intervenire esiste un bacino più o meno largo di utenti che per svariate ragioni è tagliato fuori dalle principali interazioni economico/sociali e se i mezzi tradizionali di scambio (es. Moneta) sono sufficienti a garantire o meno tale inclusività.
  2. Se esiste un problema di inclusività, quest’ultimo può essere mitigato da un abbassamento dei costi per le intermediazioni? – è anche necessario chiedersi quale sia la barriera più grande all’inclusività. Se per esempio, tra produttore e utente finale di un bene, esiste una filiera di uno o più intermediari che applicando ad ogni passaggio il proprio mark-up (il prezzo che ogni intermediario “carica” sul prodotto finale), questo potrebbe rendere il costo finale del prodotto/servizio inaccessibile ad un certo gruppo di individui.
  3. Esiste un problema di trasparenza e “fiducia” nel portare avanti certe attività? – Se è necessario garantire un certo livello di trust tra i partecipanti di un network o di una qualsiasi attività economica si è subito portati a pensare che debba esserci un terzo soggetto super parte che abbia come unico scopo o quasi quello di garantire che ogni individuo possa fidarsi della controparte (potremmo anche dire che viene garantita la ragionevole certezza che la mia transazione vada a buon fine e che la mia controparte non mi esponga ad una possibile truffa). Nel caso questo terzo soggetto esista già, allora l’adozione della Blockchain può essere giustificata dalle ragioni discusse al punto 2. Nel caso non vi sia un terzo soggetto garante, allora i protocolli Blockchain possono essere utilizzati per garantire la sicurezza di una transazione e la trustworthiness della controparte coinvolta.

 

Tags: AIapplicazioni blockchainBitcoinBlockchainConsumoCryptoEthereumminingPoSProof of StakeSmart contractTracciabilitàTransazioniVelocità
Dott. Flavio Santalucia

Dott. Flavio Santalucia

Business Consultant - e*finance Consulting Reply | Blockchain Positivist - Positiveblockchain.io

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