Intro

Nel calderone dei Decreti Semplificazione, come ultimamente spesso succede, il Legislatore vi fa confluire normative riguardanti le più disparate materie. In questa sede, però, ci interessa discorrere di tecnologia blockchain. 

Pertanto, se si prende in esame il Decreto semplificazioni 2019, si noterà che il Legislatore italiano ha deciso di inserire all’articolo 8-ter quattro commi che avrebbero dovuto rappresentare la prima normazione nazionale riguardante la blockchain. 

Si usa volutamente il condizionale perché, attualmente questa normativa risulta inattuata. Il Legislatore, peraltro compiendo una scelta discutibile, ha deciso di delegare il completamento del precetto ad una normazione tecnica di secondo livello (AgID), non curandosi dell’impatto centrale che essa potrebbe avere sulla circolazione giuridica di istituti fondamentali come, ad esempio, quello del contratto e dell’ammissibilità come prova in giudizio. Di questo si dirà in seguito. Ora come primo passo, si è deciso di riportare per intero questo articolo, in modo che il lettore possa confrontarlo direttamente con le valutazioni che si faranno in seguito. 

Art. 8-ter 1 : Tecnologie basate su registri distribuiti e smart contract 

1. Si definiscono «tecnologie basate su registri distribuiti» le tecnologie e i protocolli informatici che usano un registro condiviso, distribuito, replicabile, accessibile simultaneamente, architetturalmente decentralizzato su basi crittografiche, tali da consentire la registrazione, la convalida, l’aggiornamento e l’archiviazione di dati sia in chiaro che ulteriormente protetti da crittografia verificabili da ciascun partecipante, non alterabili e non modificabili. 

2. Si definisce «smart contract» un programma per elaboratore che opera su tecnologie basate su registri distribuiti e la cui esecuzione vincola automaticamente due o più parti sulla base di effetti predefiniti dalle stesse. Gli smart contract soddisfano il requisito della forma scritta previa identificazione informatica delle parti interessate, attraverso un processo avente i requisiti fissati dall’Agenzia per l’Italia digitale con linee guida da adottare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto. 

3. La memorizzazione di un documento informatico attraverso l’uso di tecnologie basate su registri distribuiti produce gli effetti giuridici della validazione temporale elettronica di cui all’articolo 41 del regolamento (UE) n. 910/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 luglio 2014. 

4. Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, l’Agenzia per l’Italia digitale individua gli standard tecnici che le tecnologie basate su registri distribuiti debbono possedere ai fini della produzione degli effetti di cui al comma 3. 

Partendo dall’analisi del primo comma, si capisce che l’intento del Legislatore era quello di poter ricomprendere all’interno di questa norma il numero più ampio possibile di piattaforme blockchain

Obiettivo che potrebbe essere stato anche raggiunto abbastanza bene, a patto di tralasciare il fatto che si sia definito come “tecnologie basate su registri distribuiti” ciò che dalla descrizione data, rappresenta effettivamente la tecnologia blockchain. Tutto ciò, probabilmente, tralasciando il fatto che la blockchain è una species particolare di ciò che viene definito Distributed Ledger Technologies. 

Passando oltre, le problematiche maggiori sorgono analizzando l’ultima parte del primo comma. Esso definisce cos’è, per legge, una tecnologia basata su registri distribuiti: il Legislatore statuisce che i dati salvati su questi registri debbano essere immodificabili e inalterabili al fine di poter ricondurre quel dato sistema alla normativa in esame. Ciò, però, non risulta in assoluto applicabile a tutte le blockchain. Quelle più grandi e più diffuse (famose al pubblico) garantiscono un alto livello (ma non tecnicamente assoluto) di immodificabilità, mentre quelle più piccole o meno “rodate” potrebbero non garantirlo. 

Tuttavia, andando oltre al chiaro rimando del Legislatore alle famose blockchain di tipo permissionless, il problema sorge pensando a alle blockchain, per esempio di tipo permissioned, che, vista la loro organizzazione, potrebbero permettere ex ante la modificabilità dei dati, per esempio, a determinati nodi qualificati o tramite l’accordo di un dato numero di essi. Ciò renderebbe, dunque, inapplicabile la normativa qui esaminata in tutti quei casi in cui la modificabilità dei dati fosse possibile a determinate condizioni stabilite a priori. 

Si rileva, inoltre, che questa sezione della norma, se non chiarita dall’AgID 2, potrebbe creare non pochi problemi circa il riconoscimento di quali blockchain possano rientrare nella normativa e quali no 3. Si verrebbe così a creare un discrimine dal punto di vista legale circa i dati salvati sulle diverse blockchain: alcuni si vedrebbero riconosciuti (in base a dei non ben identificati parametri) il valore di prova piena, mentre altri no. 

Inoltre, risulta interessante, per noi appassionati di blockchain, notare quanto segue: se si interpretasse il comma in maniera letterale, nemmeno Bitcoin, che è la blockchain che garantisce uno dei più alti livelli di immutabilità dei dati, rientrerebbe nei parametri della normativa. 

Ciò che si è detto precedentemente risulta cruciale in quanto il Legislatore, con il terzo comma, attribuisce ai dati salvati su questo tipo di registro l’ammissibilità degli stessi come prova nei processi giudiziali, riconoscendo, inoltre, a questi dati gli effetti della validazione temporale elettronica (ex art. 41 Regolamento eIDAS). 

Il secondo comma, invece, viene dedicato agli smart contracts, che vengono definiti, giustamente, dal Legislatore come dei programmi informatici operanti sulle “tecnologie a registro distribuito”. Quello che in questa parte della norma risulta meno convincente dal punto di vista giuridico è il fatto che questi “contratti” risulterebbero vincolanti per le parti solo dal momento della loro esecuzione. 

Questo lascia perplesso il giurista, che nel suo percorso accademico ha imparato che nel nostro ordinamento esistono due tipi contratti: quelli consensuali (in cui si ricomprendono anche quelli con effetti reali) e quelli reali. Nel primo caso la vincolatività è data dall’accordo tra le parti, mentre nel secondo dalla consegna (traditio) della res. Non risulta, però, esistere un principio di vincolatività basato sull’esecuzione. Semmai, l’esecuzione (del programma) di uno smart contract rende l’adempimento contrattuale inarrestabile ed immutabile (su questo anche non bisogna essere così netti, vi sono alcuni stratagemmi informatici che possono rendere reversibile l’esecuzione). 

La dottrina 4 ha, infatti, giustamente rilevato che dalla lettura del secondo comma 5 dell’articolo (che costituisce di fatto la normativa italiana, non attuata, in tema di smart contracts), emergerebbe il principio secondo il quale il contratto avrebbe forza di legge fra le parti, ex art. 1372 C.c., solo dal momento in cui esso viene eseguito. Secondo questa interpretazione, l’accordo tra le parti circa gli effetti sarebbe un evento antecedente a quello in cui lo smart contract diventa vincolante per esse. Sempre secondo questa dottrina, se questa interpretazione fosse accettata, ci si troverebbe davanti ad un tertium genus (che si aggiungerebbe ai meccanismi della consensualità e della realità) di formazione del contratto: conclusione del contratto per effetto della validazione diffusa da parte dei nodi della blockchain 6. Proseguendo oltre nella lettura del secondo comma, si può notare come il Legislatore statuisca che gli smart contracts che garantiscono l’identificazione digitale delle parti rispettando gli ignoti requisiti tecnici dell’AgID, soddisfano il requisito della forma scritta. È chiaro che tutto questo ha una portata enorme per le possibili applicazioni di questa tecnologia in campo economico-contrattuale. Tutto questo potrebbe portare alla possibile adozione degli smart contracts nei casi previsti dall’articolo 1350 del Codice civile. 

Conclusioni

Dopo questa preliminare analisi del dettato normativo, si possono trarre, purtroppo, alcune brevi conclusioni non risolutive. 

Innanzitutto, il fatto che esista una normativa inattuata potrebbe aver creato una produzione normativa inutile, la quale potrebbe essere responsabile di un ulteriore ampliamento della zona grigia in cui ancora si trovano questi strumenti; si rileva, quindi, che il Legislatore, invece di aumentare la certezza del diritto con un normativa innovativa e all’avanguardia, ha di fatto, come spesso accade, complicato ulteriormente la questione invece di semplificarla (si presume che un Decreto cosi intitolato abbia questo fine). 

In ultimo, si potrebbe quindi affermare che sarebbe stato meglio adattare la normativa già esistente, ovvero il Codice dell’Amministrazione Digitale e il regolamento eIDAS (che contengono un buon e rodato impianto normativo in tema di tecnologia). 

Non ci resta che aspettare i prossimi sviluppi e che l’AgID emani gli standard tecnici previsti dal quarto comma dell’articolo in esame. 

*Di Riccardo NIGRO, dottore in Diritto per le Imprese e le Istituzioni. Riadattato e rielaborato dalla mia tesi di laurea: Blockchain, criptovalute e smart contracts. Aspetti legali. 

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1 https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2019/02/12/19A00934/sg. Link visitato il 17/03/2021

2 Il quarto comma affida all’AgID l’emanazione degli standard tecnici che le DLT devono rispettare al fine di produrre gli effetti ex 41 eIDAS. Si rileva, inoltre, che non è stato comunicato quale sia il perimetro entro il quale queste linee si muoveranno. 

3 Massimo SIMBULA, La normativa italiana sulle DLT, in Blockchain e Smart Contract, a cura di Raffaele BATTAGLINI, Marco GIORDANO, Giuffrè Francis Lefebre, Milano, 2019, pagg. 300-301, pagg. 142- 143. 

4 Stefano CERRATO, Contratti tradizionali, diritto dei contratti e smart contract, in Blockchain e Smart Contract, a cura di Raffaele BATTAGLINI, Marco GIORDANO, Giuffrè Francis Lefebre, Milano, 2019, pagg. 300-301. 

5 “Si definisce «smart contract» un programma per elaboratore che opera su tecnologie basate su registri distribuiti e la cui esecuzione vincola automaticamente due o più parti sulla base di effetti predefiniti dalle stesse. Gli smart contract soddisfano il requisito della forma scritta previa identificazione informatica delle parti interessate, attraverso un processo avente i requisiti fissati dall’Agenzia per l’Italia digitale con linee guida da adottare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.” 

6 Stefano CERRATO, Contratti tradizionali, diritto dei contratti e smart contract, cit., pag. 301.

L’articolo Blockchain & legislatore: considerazioni sulla normativa italiana. proviene da Affidaty Blog.